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lunedì 3 luglio 2017

Torna in Arena l'Aida "futurista" della Fura. Effetti speciali, tecnologia e poca sostanza. - Recensioni da OperaClick e NonSoloCinema



VERONA - ARENA: AIDA


Torna sul palcoscenico areniano l’Aida secondo La Fura dels Baus.

I co-registi Carlus Padrissa e Álex Ollé rappresentano un Egitto che oscilla in perfetto equilibrio tra sfrenata fantasia e cruda  realtà.
Di antico resta solo il mastodontico bassorilievo che, nel prologo immaginato da La Fura, viene rapidamente smembrato e spedito al British Museum in enormi casse, simbolo di un depauperamento dell’ambiente e del patrimonio archeologico a favore di un “progresso” selvaggio e dissennato che diviene elemento centrale di questo allestimento
Lo scenografo Roland Olbeter sostituisce piramidi ed obelischi con due agili ma incombenti tralicci , alle spalle dei quali una gru aiuta a montare una struttura concava e riflettente, che sarà sole, e quindi fonte di energia, ma, ripiegandosi su se stessa, anche la tomba di Aida e Radames. Gli animali, elefanti e cammelli, sono meccanici, i coccodrilli che si muovono sinuosi lungo le rive del Nilo sono mimi: nulla appare reale eppure tutto è connesso alla realtà.
Nel Trionfo i vincitori esibiscono i prigionieri catturati ed il bottino, ma anche barili di rifiuti tossici.
L’Aida de La Fura è animata da sacerdoti che sembrano alieni, da schiavi brutalmente percossi, da ombre spettrali le quali invadono la platea e le gradinate illuminandole con la luce gelida dei globi che reggono in mano, di dei dalle enormi teste zoomorfe, ma anche di operai in tuta arancione e casco che montano e smontano, costruiscono e distruggono. È una parabola dell’antico e rappresentazione del contemporaneo, nel quale Bene e Male, Amore e Morte convivono e sono la linfa stessa del mondo.
Fondamentale poi il richiamo costante ai Quattro Elementi: l’Aria, sotto forma di vento, l’Acqua del Nilo, portatrice di vita, il Fuoco, rappresentato da fiamme e dal sole riflesso dallo specchio concavo, la Terra del deserto, che prende la forma di dune incombenti.
I costumi immaginati da Chu Uroz, sfrenatamente fantasiosi, racchiudono in loro passato, presente e futuro. Belle le coreografie di Valentina Carrasco, che risolve con grande ironia l’insopportabile Danza dei Moretti.
Spettacolo complesso e di lettura non sempre immediata ma comunque interessante, che in questa occasione non ci è parso ripreso con la cura necessaria; qualche sciatteria nei movimenti delle masse e un certo lassismo nella tensione drammatica che caratterizza la lettura della Fura risultano con tutta evidenza in più di un momento.
Julian Kovatchev stacca tempi da processione religiosa, caratterizzando una lettura della partitura priva di qualunque slancio drammatico e nella quale le dinamiche sembrano essersi dissolte nella calura estiva. Inesistente il rapporto fra buca e palcoscenico che troppo spesso sembrano condurre due esistenze autonome e inconciliabili.
Eroico il Coro, preparato da Vito Lombardi, nel trovare una sua dimensione.
L’Aida di Amarilli Nizza è sostanzialmente corretta, nonostante qualche défaillance nell’intonazione, ma non emoziona; le note ci sono, i palpiti e le angosce meno.
Del tutto convincente è Carlo Ventre, Radames dallo squillo sicuro e variegato nel fraseggiare.
Violeta Urmana tratteggia un'Amneris sontuosa nella vocalità e autorevole negli accenti, mentre, di contro, Boris Statsenko dà voce e corpo ad un Amonasro volgarotto e strillato, oltreché cantato su un libretto parallelo scritto probabilmente da Anton Ghislanzonov.
Ammantato della giusta nobiltà ci è parso il Ramfis di Giorgio Giuseppini, come del tutto a posto risultava il Re di Deyan Vatchkov. Sicuro il Messaggero di Antonello Ceron.
Non felicissimo il debutto nell’anfiteatro scaligero di Marina Ogii, pallida Sacerdotessa.

Applausi per tutti.

(La recensione ri riferisce alla Prima del 24 giugno 2017)






L’ Aida firmata La Fura dels Baus accende l’Arena di Verona
Giocare col fuoco

Di Elisa De Marchi -  28 giugno 2017


La Fura dels Baus gioca col fuoco in questo sorprendente, futuristico allestimento. In senso letterale: suggestive magie di fumo e di fuoco, spettacoli di luce e ombra, inaspettate scenografie d’acqua si susseguono l’una dopo l’altra, lasciando lo spettatore senza fiato. Ma vale anche in senso figurato: le innovazioni apportate all’allestimento originale sono talmente numerose e moderne da rischiare di diventare “troppo”.  La Fura dels Baus cammina come un funambulo sul sottile filo che separa l’innovazione geniale dal ridicolo.

Sbalzi temporali di difficile comprensione, costumi contemporanei, la presenza di bizzarre creature in tutine argentate lasciano il pubblico un po’ perplesso. Ma, nel complesso, La Fura dels Baus conquista: l’arena, straripante di persone, ha espresso la sua approvazione con commenti entusiastici e lunghi applausi.

I costumi, seppur storicamente imprecisi, sono comunque evocativi; i ricchi tessuti d’oro e d’argento contrastano con le scarne scenografie cantieristiche. Queste ultime vengono lentamente sviluppate e impreziosite da sorprendenti cambi di fondale. Per il III atto, ad esempio, il palcoscenico viene coperto d’acqua a ricreare un Nilo in miniatura, popolato da docili uomini-coccodrillo.

Gli interpreti si muovono liberamente nei vasti spazi dell’arena, si impossessano di gradoni e scalinate; si tramutano in giganteschi fiori in pieno stile Cirque du Soleil; giocano con fiamme, compiono acrobazie. Nella scena dell’investitura di Radamès nel I atto, La Fura dels Baus si sbizzarrisce in virtuosismi coreografici di grande suggestione, accolti con entusiasmo dal pubblico.

Passiamo ora alla nota dolente; la parata trionfale degli eroi egizi che apre il II atto tocca gli apici dell’assurdo: centauri motorizzati, ballerine sexy e carrelli elevatori si susseguono in una folle sfilata carnevalesca. Il risultato è sicuramente trionfale, ma manca un denominatore comune che unisca i vari elementi e la parata appare priva di senso, kitsch. Per contro altre strutture, per quanto eterodosse, sono state invece una bella trovata: è il caso dei cammelli e degli elefanti meccanici.

La battaglia tra egizi ed etiopi è stata simulata da suggestivi giochi d’ombre. La guerra rimane un soggetto letteralmente velato; è la passione amorosa la vera protagonista. Nell’atto finale, dopo la condanna di Radamès, Amneris si toglie il copricapo regale: la sua non è la maledizione di una principessa, ma quella ben più furiosa di una semplice donna innamorata. Nel lutto siamo tutti uguali.

Dietro di lei troneggia una gigantesca pietra tombale, che è stata lentamente costruita nel corso degli atti, come un presagio di morte. Nella scena finale si chiude implacabile sui due amanti, mentre ad Amneris non rimangono più la rabbia, la gelosia, la sete di vendetta, ma soltanto le lacrime per piangere.

fonte: http://www.nonsolocinema.com/l-aida-firmata-la-fura-dels-baus-accende-larena-di-verona.html

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