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lunedì 10 luglio 2017

ROBERTO BOLLE: "In Italia si sta uccidendo la danza" - intervista da Repubblica.it


Roberto Bolle: "Così in Italia muore la danza"
Alla vigilia del tour che lo porterà a Caracalla e a Spoleto, l'amarezza del ballerino: "Balletto ignorato e maltrattato, è scandaloso che chiudano compagnie storiche dove sono cresciuti tanti talenti"

di ANNA BANDETTINI - 3 luglio 2017

Pochi giorni fa ha stregato il Met di New York ballando per la prima volta Oneghin accanto ad Alessandra Ferri: a 42 anni Roberto Bolle è sempre più il simbolo della danza. Non solo per la sua classe, la tecnica e il fisico, ma anche per l'impegno con cui cerca di rendere popolare un'arte così speciale. Un'arte che ora, in Italia, rischia di scomparire. "Stanno uccidendo il balletto", si sfoga. Perché nonostante il successo personale e la passione del pubblico - cinquantamila biglietti già venduti per il "Bolle and Friends 2017" prima ancora che parta il tour, il 7 luglio, toccando Caracalla per ben tre sere dall'11 al 13 e il Festival di Spoleto che lo ospiterà il 15 nel luogo dei grandi eventi, in Piazza Duomo - le istituzioni non si occupano più di coltivare i talenti. Un paradosso, visto che ora, grazie a lui, persino la tv si è accorta del fenomeno, mandando in onda uno show del sabato sera (La mia danza libera) dove con Ciaikovskij e Prokofiev, ha fatto 4,5 milioni di ascolti (infatti tornerà in autunno su Raiuno). Oggi Bolle ha deciso di usare la propria influenza per lanciare l'allarme: "In Italia la danza è ignorata e maltrattata".

A cosa si riferisce?
"Alla progressiva e ormai continua chiusura dei corpi di ballo nelle fondazioni liriche. È scandaloso. Scandaloso che a Firenze, al Maggio, e all'Arena di Verona abbiano chiuso compagnie storiche dove ho ballato anche io, che hanno una grande tradizione e hanno fatto la tradizione del balletto classico in Italia. Non c'è nessun impegno per tenere in vita queste realtà, ma così facendo da noi si uccide la danza".

Due fondazioni che chiudono col balletto non è però ancora allarme rosso, o no?
"Non sono due. È che oggi solo Milano e Roma, la Scala e l'Opera, possono dire di avere delle compagnie vere: Bologna, Venezia, Torino sono state chiuse da tanti anni, mentre Palermo e Napoli si stanno progressivamente impoverendo riducendo gli organici".

Perché questa scarsa considerazione?
"Probabilmente è ignoranza. Si dice che i Corpi di Ballo costino troppo, ma cinquanta ballerini non è un costo esorbitante. La verità è che il contributo statale alla danza è sempre stato scarso. Si è preferito sostenere l'opera. Un delitto: si rischia di esaurire un patrimonio culturale e di compromettere il futuro di un'intera generazione, perché in Italia la danza ha un grande seguito, ma per i tanti aspiranti ballerini non ci sono sbocchi professionali".

Vuole lanciare un appello?
"Sì: non tagliate, finanziate la danza. Di recente c'è stata una dichiarazione del ministro Franceschini che ammetteva la poca attenzione, promettendo una valorizzazione maggiore con la nuova legge sullo spettacolo in progetto. Mi fa piacere. Ma andrebbe incentivata la doppia strada dell'investimento pubblico e privato, vanno sollecitate le donazioni dei privati. Come in America".

Dal 2009 lei è principal dell'American Ballet, una delle compagnie più prestigiose al mondo. Lì come funziona?
"La gestione è molto diversa, ma oltre ai soldi pubblici sono appunto le donazioni private a essere fondamentali per la sostenibilità di una compagnia eccezionale, con ballerini da tutto il mondo dove c'è un livello altissimo di qualità e una competizione fortissima. Ma anche questa serve. La danza è qualcosa di unico perché forma il corpo e l'anima, insegna il rigore, la disciplina e insieme ad attraversare tante emozioni. La danza fa credere i giovani in qualcosa".

Per lei è stato così?
"Quello che sono umanamente oltre che artisticamente oggi lo devo alla danza. Mi ha fatto uscire dal guscio, mi ha disciplinato nel rigore, nel perfezionismo. Ha dato sicurezza a me che sono sempre stato un introverso e non ho mai avuto la voglia di mettermi al centro dell'attenzione. La danza mi ha dato forza".

Sì, ma quanto le è costato?
"Non so quanto ho pianto da ragazzino, quando ero alla Scuola della Scala, lontano da casa. Appena potevo chiamavo i miei col telefono a gettoni. Soffrivo sì, ma il ballo era il mio sogno. Quindi resistevo. E questo mi ha aiutato a crescere".

Volontà di ferro.
"Ho grande determinazione, sì. So l'importanza della costanza del sacrificio, della dedizione giornaliera. Io mi alleno ancora tutti i giorni. Ma anche questo andrebbe fatto passare alle nuove generazioni: che il successo non è facile, veloce, subito. Arrivare in alto magari sì, si può. Difficile è confermarti, restare lì".

C'è un libro dove i giovani appassionati di danza potrebbero trovare motivazioni?
"Blood Memory la biografia di Marta Graham. A New York ho visto anche lo spettacolo sulla sua vita che aveva diverse citazioni da quelle pagine. Una guida".

Legge solo di danza?
"Mi piacciono i romanzi. Sto leggendo Numero undici di Jonathan Coe che colpevolmente non avevo ancora letto. Ero a Londra con Marguerite et Armand il mese scorso, Coe è venuto a vedermi e poi ci siamo conosciuti di persona. È stato piacevolissimo. Lui mi è sempre piaciuto per come racconta i personaggi e attraverso loro il nostro tempo, la società e come tutto l'insieme racconti Londra. Solo Coe te la fa conoscere nei suoi aspetti sconosciuti e nelle sue trasformazioni profonde".

E nel balletto chi sono stati i suoi idoli?
"Rudolf Nureyev resta l'incontro fondamentale della mia vita. Avevo 15 anni, studiavo ancora. Lui venne alla Scala e un giorno in sala mi disse: "Fammi vedere cosa sai fare" e io feci qualche esercizio. Poi seppi che mi aveva scelto per ballare Tadzio in Morte a Venezia ma la scuola non mi diede il permesso, così non se ne fece nulla. Forse fu meglio così, col senno di poi. A 15 anni con Nureyev! Mi sarei bruciato".

E Béjart lo ha mai conosciuto? La prossima stagione della Scala lei ballerà per la prima volta il suo "Bolero".
"Quello spettacolo sarà un altro sogno che si realizza. Lo avevo visto con Jorge Donn e mi era rimasta impressa la forza espressiva, la carica sensuale. Con Béjart ci siamo incrociati, ma non ho mai lavorato con lui. Ho amato molto Baryshnikov per la tecnica potente, Anthony Dowell per l'eleganza. E poi sa chi? Fred Astaire che non è un ballerino classico ma nessuno come lui ha saputo unire tecnica sopraffina con eleganza e charme. Un maestro".

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