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sabato 15 luglio 2017

"Ma che musica, onorevoli! Enti lirici ai soliti noti e milioni dello Stato in fumo" di Giorgio Benati - da La Verità



Dopo i milioni in fumo, altri fondi pubblici agli enti lirici
La musica dei politici è sempre quella dei soldi
Ma che musica, onorevoli! Enti lirici ai soliti noti e milioni dello Stato in fumo
A Firenze il duo Renzi-Colombo ha fatto fallire la Fondazione del teatro comunale
Rinata nel 2013, già annaspa tra debiti. Inutile si è rivelato il taglio di 150 dipendenti


di Giorgio Benati  - 14 luglio 2017

I sovrintendenti degli enti lirici? Sono sempre gli stessi che si scambiano le poltrone anno dopo anno. E sempre uguale è anche il meccanismo di finanziamento che ha mandato in fumo milioni negli ultimi anni: sprechi, poi tagli, poi altro denaro pubblico che consente altri sprechi. Ma i politici non se ne danno per intesi. C'è già una proposta di legge pd per dare altri fondi a pioggia.

Il servizio sul buco milionario lasciato da Flavio Tosi, sindaco di Verona da poco detronizzato, alla Fondazione Arena (La Verità del 4 luglio) induce ad allargare lo sguardo alla situazione nazionale dello spettacolo dal vivo. Lo slogan da coniare per l'occasione potrebbe essere questo: dopo anni di magra, signori, se rimagna! In arrivo, pare, ben 320 milioni di soldini freschi freschi. Ma andiamo con ordine.

Da decenni il settore vive una profonda crisi sistemica. Bisogna risalire alla legge numero 800 del 1967 (terzo governo Moro con il socialista Achille Corona allo Spettacolo) e alla legge numero 163 del 1985 (primo governo Craxi con il socialista Lelio Lagorio allo Spettacolo, che ha istituito l'importante e vitale Fus, Fondo unico per lo spettacolo) per acclarare due positivi interventi normativi per il settore. Chapeau a questi due grandi socialisti. Altri tempi e altro senso dello Stato.

Purtroppo, sono poi intervenuti il decreto legislativo 367/1996 voluto da Walter Veltroni (Pd) e la legge 112/2013 voluta da Massimo Bray (Pd), con i quali si è pervenuti al disastro normativo attuale. L'attuale ministro Dario Franceschini (Pd) ha cercato di tamponare con il beneficio, seppur insufficiente, Art bonus (decreto legge numero 83/2014), ma ora ci si augura da lui che sappia mettere mano ai disastri dei suoi due precedenti colleghi di partito. Il primo per aver trasformato ope legis tutti gli «lenti lirici autonomi» in «fondazioni di diritto privato» (oggi esultano Scala e Santa Cecilia per essere riconosciuti autonomi) con una riforma privatistica lasciata a metà del guado. Risultato: spesa fuori controlo e contratti sindacali inverecondi (anche 17 mensilità, indennità scandalose, superminimi a pioggia, eccetera), stipendi favolosi ai sovrintendenti e agli artisti.

Il problema non sono i dipendenti, bensì il management, con sovrintendenti scelti dalla politica e direttori artistici improvvisati a cui Veltroni ha contribuito allargando la scelta anche ai musicologi (articolo 13/d) e depotenziandone il ruolo a favore del sovrintendente. Ergo: nei teatri non comanda più la musica ma la politica. Due enormi fesserie che hanno contribuito ad affossare le fondazioni. Per non parlare del mai applicato ma benefico cachettario (il top fee per gli artisti ospiti) voluto da Salvo Nastasi e Rocco Buttiglione (governo Berlusconi, 2005). Domanda: chi lo fa rispettare visto che è ancora in vigore? Nessuno. Ognuno spende quello che vuole con il risultato che dopo un decennio di cuccagna e di mala gestio quasi tutte le fondazione sono prossime al fallimento.

Il soccorso arriverà con il ministro Massimo Bray (governo Letta) e il suo «geniale» articolo 11 della legge 112/2013 confezionata ad hoc per salvare innanzitutto Firenze (Matteo Renzi è di quelle parti) a cui si sono poi aggiunte, data la ghiotta occasione, altre sette fondazioni. Pertanto, salvati ben 8 sovrintendenti su 14.

Nel piatto il ministro Bray mette ben 75 milioni di euro, poi lievitati a 135. Considerando che sono soldi dei cittadini e che questi sovrintendenti andavano cacciati anziché salvati, c'è da vergognarsi. Grazie, ministro Bray, per averceli salvati! Sono sempre gli stessi, che si spostano da una fondazione all'altra con protezione a tutti i livelli, tutti impuniti e bravissimi a chiudere i bilanci in perdita.

Chi sono? Facciamo un giochino. Mettete voi i nomi nelle caselle, i percorsi sono questi: Verona-Trieste-Cagliari oppure Roma-Bari-Verona oppure Palermo-Firenze-Palermo. All'Arena di Verona, commissariata dal 15 aprile 2016 e anch'essa sotto i controlli e i benefici della legge Bray (10 milioncini in arrivo a breve), il Mibact ha mandato un sub-commissario con il titolo di sovrintendente (Carlo Fuortes è sempre in carica come commissario governativo, ma tant'è), il quale per garantirsi la pace sindacale (e, forse, un futuro in loco) continua ad erogare in busta paga i benefici del contratto integrativo aziendale che la legge Bray vieta all'articolo 11. Interverrà - facile prevederlo - la Corte dei Conti, ma intanto si procede impunemente nonostante un buco di oltre 26 milioni di euro da sanare.

Ora, per le fondazioni lirico-sinfoniche non si parla più di grande riforma epocale, come ci si attendeva, ma del ritorno alla cuccagna. Se rimagna! In arrivo, infatti, 320 milioni così come proposto al ministro Franceschini dalla senatrice Rosa Maria Di Giorgi (Pd) nella sua qualità di relatrice del disegno di legge 2.287 bis denominato «codice dello spettacolo». Tale disegno di legge prevede di portare il Fus a 450 milioni (ora è a 406). Purtroppo, la legislatura sta per concludersi, il referendum renziano brucia ancora e le elezioni incombono. Ergo: meglio non rischiare. Ordine di servizio: nessuna riforma epocale ma teniamoli buoni con un po' di soldini a pioggia, così tutti vanno  votare secondo appartenenza. Infatti, il mondo dello spettacolo è non solo largamente a sinistra, ma anche uso a godere di ampie risorse pubbliche. Perché deluderli? Per poi trovarceli tutti contro come il comparto scuola sull'effetto referendum? Calmi, nulla di tutto ciò. Domanda: quanto durerà questa sanatoria?

La storia ce lo insegna: meno di un quinquennio, poi si ritorna a battere cassa (spesso usando l'articolo 9 della Costituzione non come un valore ma come un grimaldello). Un esempio è la Fondazione del teatro comunale di Firenze portata al fallimento (liquidazione coatta) dal duo Matteo Renzi-Francesca Colombo (presidente e sovrintendente, 40 milioni di debito) e fatta rinascere nel 2013 col nuovo nome Opera di Firenze e l'arrivo del commissario (poi sovrintendente) Francesco Bianchi con dote di 29 milioni dalla legge Bray (articolo 11, alla cui stesura ha collaborato anche la Di Giorgi).

A distanza di soli tre anni e nonostante uno smagrimento di circa 150 dipendenti (erano 430 nel 2012, adesso circa 280) ora è nuovamente al collasso con 70 milioni di debiti a fronte di un bilancio di 60. Come si può dedurre da questi enunciati, è la politica che manca nella gestione dello spettacolo dal vivo. Mai un controvalore normativo e funzionale che tracci il futuro degli enti interessati. Metodo Alitalia docet: soldi a perdere per un ritorno elettorale. Non si è ancora capito che allo spettacolo dal vivo serve mettere mano con forza, coraggio e visione politica alla normativa che regola tale comparto. Servono nuove regole, una visione per la governance, minore tassazione, flessibilità nel rapporto di lavoro e semplificazione delle procedure. Tutto ciò, per innovare un settore ormai al collasso e aiutarlo a rinnovarsi, a progredire, a liberarsi da solo dal pregresso e procedere speditamente verso il proprio rilancio. Certo, politicamente è un lavoro urticante, ma tant'è, se volgiamo salvare il settore.

Purtroppo, questa politica politicante ci ha abituato al coraggio dello struzzo (vedi immigrazione) e dell'opportunismo. Su Firenze la logica aziendale vorrebbe che si portassero i libri in tribunale ma la brava e solerte Di Giorgi, già assessore ai tempi del sindaco Renzi, poi senatrice e ora promossa pure vicepresidente del Senato (per i servizi resi?), arriva subito con la proposta dei 320 milioni la cui logica sembra essere: con la scusa di salvare nuovamente Firenze, a pioggia «rinfreschiamo» anche gli altri, come già avvenuto con la legge Bray. Il tutto ricorda un po' la Salerno-Reggio Calabria e l'ex ministro Giacomo Mancini di Cosenza (pretese che l'autostrada transitasse anche dalla sua Cosenza, allungandone di molto il tragitto e i costi, ovviamente).

Per nostra sfortuna e fortuna le casse statali sono vuote dopo il dissanguamento per il salvataggio delle banche e dell'Alitalia e per gli impegni comunitari e si dovrà gioco forza mettere mano a una salutare e benefica normativa. Se, invece, un intervento economico si imporrà, si abbia il coraggio di legarlo alla Cassa depositi e prestiti con il Mibact e le municipalità come garanti. In questo modo, almeno, i futuri presidenti, sovrintendenti e consigli di indirizzo sarebbero maggiormente responsabilizzati, dato che questi denari dovranno poi essere restituiti.

2 commenti:

  1. Sacrosanta verità per le persone che conoscono l'ambiente musicale sul serio ...

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  2. Noi dipendenti allora andremo tutti a mangiare a casa del Benati,visto che a ogni piè sospinto non perde occasione di deprecare i nostri integrativi come se guadagnassimo chissà quanto... bisogna saper distinguere i discorsi in apparenza giusti con quel che sta dietro. Benati è un organista fallito che fa l'agente di cantanti e appartiene alla schiera di quelli che vogliono affamare i musicisti per lasciare lr risorse solo ai cantanti.Vergogna!

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