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domenica 25 giugno 2017

Rassegna Stampa - 25 giugno 2017


Nabucco, il nodo delle prove per la «prima» e i punti neri delle voci

domenica 25 giungo 2017

Recensendo la Prima del Nabucco all’Arena di Verona, titolo inaugurale del 95° Opera Festival, premetto che ho con sofferenza abbandonato l’anfiteatro alla fine del secondo atto. Perché ho riscontrato inadeguatezze vocali e storture visive. Ma andiamo con ordine partendo dalle parti vocali. Alcune di queste, come sappiamo, Verdi le scrisse in funzione degli interpreti della prima rappresentazione. Per il ruolo di Zaccaria, infatti, disponeva di un cantante di eccezionali doti vocali come Prosper Dérivis, tra i migliori bassi di allora, e la parte di Abigaille per Giuseppina Strepponi una delle più grandi soprano del tempo ma purtroppo già in declino nel 1842. Il Coro, comunque, è il personaggio principale e va subito detto che ha ben figurato in tutti i settori. Complimenti ai soprani per il coro di vergini per la grazia ed eleganza nella mezza voce ma anche la forza e la precisione ritmica dei bassi nel «Maledetto dal Signor» del coro dei Leviti. Sugli scudi il Maestro Vito Lombardi per averci offerto una solida preparazione, grande compattezza e ottima capacità di muoversi sulla scena del suo coro. Ad Abigaille, protagonista assoluta dell’opera, dal punto di vista vocale è richiesta una grande potenza di suono, soprattutto negli acuti, buona agilità e sicurezza negli ampi salti melodici. Abigaille, figlia adottiva di Nabucodonosor, è una donna che incute terrore ma anche spietatezza con il suo essere e il suo saper muoversi sulla scena. L’ucraina Tatiana Melnychenko ci ha offerto una buona lettura delle note da cantare (con qualche rigidità negli acuti però) ma nulla ci ha offerto nei contenuti testuali e, soprattutto, nella sua presenza scenica. Ben altri riferimenti visivi e sonori ci sono soggiunti alla memoria e il confronto non è stato all’altezza. Non ci è noto se il maestro concertatore ha con lei potuto lavorare sui recitativi e sulla vocalità ma conoscendo bene il maestro Oren ci sembra che Abigaille non abbia potuto godere dei suoi insegnamenti. Scusi Sovrintendente non è che lei ha concesso al maestro Oren di arrivare in loco a ridosso della Prima senza poter espletare adeguate prove? Attendiamo. Parimenti l’altro grande interprete, Zaccaria il «gran pontefice degli ebrei», dovrebbe avere voce stentorea e potente in grado di sovrastare la massa corale dato che spesso non agisce mai da solo ma sempre attorniato dal suo popolo. Quale delusione ci ha procurato il basso russo Stanislav Trofimov, voce inconsistente e molto fallosa nell’emissione, certamente il peggiore di tutto il cast messo in scena. Meglio di lui è stato certamente l’altro basso nel ruolo del Gran Sacerdote di Belo, il veronese Romano Dal Zovo, giovane dalla voce interessante, di bel colore e ben impostata e che meglio di Trofimov poteva certamente fare nel ruolo di Zaccaria se il maestro concertatore avesse potuto predisporne le giuste prove e scelte. La parte di Nabucco non presenta dal punto di vista tecnico difficoltà insormontabili ma solo grandi capacità attoriali. È una di quelle parti «che si fa da sola» come ci ha lasciato scritto Verdi, basta avere cura del fraseggio e della recitazione dato che la seconda parte del suo ruolo contempla un personaggio sconvolto a afflitto muovendosi prevalentemente nel registro medio. Il baritono georgiano George Gagnidze solo a tratti è riuscito a calarsi nel ruolo offrendoci, inoltre, una prestazione vocale discontinua. Corretti gli altri ruoli sostenuti da Walter Fraccaro (Ismaele), Carmen Topciu (Fenena), Paolo Antognetti (Abdallo), Madina Karbeli (Anna). Bene l’orchestra con un plauso al primo violoncello per l’assolo a «Tu sul labbro» con Zaccaria e alle sezioni dei fiati. L’allestimento non plausibile (come abbiamo già motivato nella presentazione è inverosimile che nel musicare il Nabucco Verdi avesse in animo di inaugurare il risorgimento musicale italiano), e a nostro giudizio troppo caotico, era curato dal regista francese Bernard Arnaud (regia e costumi) e Alessandro Camera (scene) con l’apporto del bravo Lighting Designer Paolo Mazzon.

Dal maestro Daniel Oren, di cui abbiamo apprezzato le scelte musicali e la tenuta complessiva, ci aspettavamo delle scelte in sala prove che non ci sono pervenute. Peccato che non abbia potuto mettere mano ad un cast non adeguatamente predisposto dall’assenza di una direzione artistica. È questo, infatti, il vulnus negativo di questo management: la mancanza di un direttore artistico competente. Fondazione Arena ha bisogno di essere governata da chi in tutte le sue espressioni ama il teatro e lo sa condurre e realizzare.

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