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domenica 25 giugno 2017

Rassegna Stampa - 24 giugno 2017


Nabucco patriottico e kolossal l’opera in Arena torna a incantare
Colori e grandi masse, l’allestimento mantiene la promessa di stupire. E conquista il pubblico

sabato 24 giugno 2017

VERONA Asburgici come assiri, risorgimentali al posto del «leon di Giuda». Il nuovo Nabucco «areniano», prodotto direttamente dalla Fondazione, come da promessa stupisce non appena, all’ingresso, compare il palcoscenico. Non siamo chiaramente nel sesto secolo avanti Cristo, ma nella prima metà del diciottesimo, era volgare. Lo sfondo è visibilmente Milano, con il teatro alla Scala, dove l’opera verdiana fu rappresentata per la prima volta nel 1844, e il Duomo, che compare negli atti successivi. E fin da subito ci sono gli effetti speciali, con tanto di spari tra soldati dell’impero e il popolo delle barricate. La platea parla lingue di mezza Europa: accanto agli italiani, ai melomani veronesi, ci sono tedeschi, francesi e inglesi. La provocazione del regista Arnaud Bernard, patriottica e «antiaustriacante», forse non è del tutto colta dagli ospiti mitteleuropei. Poco importa: tutti accendono la candelina di rito.
Lo spettacolo parte con l’annunciato gong, suonato da un figurante che ricorda il tamburino sardo. Lo speaker si premura di avvisare il pubblico che gli spari e le cannonate previste dalla nuova ambientazione saranno a salve. Nei tempi del terrore globale nulla è scontato. Ai primi accenni dell’ouverture eseguita dall’orchestra diretta da Daniel Oren, sul palco si succedono giovanissimi soldatini, quindi una folla manzoniana, che fa garrire tricolori per poi venire dispersa dai colpi di colubrina e dai soldati a cavallo. Una rivoluzione simbolica che non fa prigionieri: il coro di Sion è sostituito da una cattolicissima processione. In questa atmosfera da Quarto Stato, c’è poco spazio per il divismo dei protagonisti. Il primo a comparire, Zaccaria, si distingue a malapena nella moltitudine. Il primo atto si conclude con un colpo di scena: la bandiera italiana gettata tra le fiamme di un braciere dalla guardia imperiale. La dimensione da kolossal, insomma,c’è tutta e anche se molti sono visibilmente ammaliati, non manca una minoranza critica. «Mi sembra una pagliacciata» mormora un vecchio frequentatore, veronese de soca .
Per quanto riguarda i comfort tecnici, confermati i sopratitoli, in italiano e in inglese, su due ampi schermi, introdotti l’anno scorso. Un allestimento, quello del nuovo Nabucco, importante anche per il cast, dal profilo internazionale: nella parte del protagonista, George Gagnidze, baritono georgiano (ritenuto tra i migliori performer, nella sua estensione vocale, a livello mondiale) che si era esibito in Arena sei anni fa, nella Traviata. Alla vigilia della «prima», Gagnidze aveva affermato di voler impersonare un Nabucco (conciato, per l’occasione come Francesco Giuseppe), forte, autorevole e «potente», una promessa che non è stata tradita.
Altra «vecchia conoscenza» dell’anfiteatro è Tatiana Melnychenko, che ha già interpretato il ruolo di Abigaille in al Metropolitan Opera di New York, senza dimenticare la sua esibizione, sempre da primadonna dell’opera verdiana, nel festival del centenario,. È stata la prima volta in Arena per il nuovo Zaccaria (parte di basso dell’opera), interpretato dal giovane russo Stanislav Trofimov. La «quota italiana» è rappresentata dal tenore Walter Fraccaro, nel ruolo di Ismaele, aficionado dell’Arena che il pubblico potrà ritrovare anche nell’Aida, dove interpreterà Radames.

Davide Orsato

E Fuortes sciorina ottimismo «Questa produzione una svolta Imboccata la strada giusta»

VERONA «Ricordo i miei inizi nel mondo del vino: per i nostri partner commerciali esteri, trovare un biglietto in Arena era una sorta di aspirazione. La speranza è che sia davvero il festival del rilancio, oggi, perché l’estate areniana può essere fonte incredibile di coesione tra forze produttive e cultura». È la serata della prima, col nuovo Nabucco di Bernard, e al cocktail organizzato da Confindustria, in Gran Guardia, c’è anche la regina dell’Amarone, Marilisa Allegrini, in abito lungo come tutte le signore, che cercano nei ventagli un po’ di sollievo dalla canicola. Si brinda ed è il tradizionale cin-cin dei volti dell’industria scaligera, delle istituzioni, della cultura. Si chiacchiera, pure, e si chiacchiera dell’Arena. Uno dei primi a farlo è il commissario di Fondazione Arena, Carlo Fuortes, firmatario del piano di salvataggio e rilancio: «Il bilancio 2016 s’è chiuso oltre le più rosee aspettative. Le prevendite per la stagione stanno andando molto bene. E quest’allestimento del Nabucco è un punto importante: penso che una nuova produzione all’anno sia la strada giusta. I ritardi circa lo sblocco dei fondi della legge Bray? Non sono imputabili alla Fondazione Arena, c’è un iter non semplice ma penso che siamo ormai vicini. L’annuncio del candidato sindaco Sboarina di voler riassumere il corpo di ballo? Tutte le decisioni prese fin qui sono state giuste e meditate, quello che farà il prossimo sindaco non lo so…». Insieme al sindaco uscente, Flavio Tosi, c’è la sua compagna e candidata, Patrizia Bisinella, al ballottaggio proprio con Sboarina. Tra gli altri politici: l’ex candidata-sindaco del Pd, Orietta Salemi, il deputato veronese del M5S Mattia Fantinati, da Roma il ministro Claudio De Vincenti. Il musicologo Michele Dall’Ongaro, sovrintendente dell’Accademia Santa Cecilia di Roma, dice che «è un momento propizio in Italia per rilanciare l’opera e questo nuovo Nabucco in Arena può essere il simbolo del voltare pagina verso un equilibrio economico che rimi con la qualità».

Il sovrintendente di Fondazione Arena, Giuliano Polo, spiega, allora, che «i segnali di rinnovato interesse verso il festival lirico areniano ci sono», e gli fa eco il direttore esecutivo della Fondazione, Francesca Tartarotti, che veste un abito in seta giapponese da lei stessa disegnato: «Per la rinascita dell’Arena è questione di poco». Chi spera pure in «una ripresa del mecenatismo verso l’Arena» è il presidente di Confindustria Verona, Michele Bauli: «Che il nuovo Nabucco sia un inizio, per puntare su qualità e allestimenti al passo coi tempi. Dal prossimo sindaco? Ci si aspetta la scelta di persone giuste, per la Fondazione». Del mondo dell’industria c’è tanto, da Pilade Riello a Sandro Veronesi, passando per Giuseppe Manni, secondo il quale «servono managerialità in Fondazione e nomi di grido che riportino qui i melomani stranieri». Quindi gli enti e le realtà economiche: da Giuseppe Riello (presidente della Camera di Commercio) a Paolo Arena (presidente dell’aeroporto Catullo), da Maurizio Danese (Veronafiere) ad Alessandro Mazzucco (presidente di Fondazione Cariverona). E infine Jean Pierre Mustier, ad di Unicredit, prima volta in Arena per lui, che si dice «orgoglioso di essere partner, con Unicredit, di un festival così importante».

Matteo Sorio


Scala, Bologna, Arena: l'opera si fa in tre

Milano, Bologna, Verona: tradizionalmente, è dentro questo triangolo che ribolle più forte la passione operistica italiana. Però Scala, Comunale e Arena hanno anche proposto in questi giorni dei modelli di spettacolo molto diversi. Che forse meritano che non ci si limiti a raccontarli, ma ci si ragioni un po’ su.


1. Alla Scala, l’opera come nostalgia

"Il ratto del serraglio" - Teatro alla Scala di Milano
Il teatrone celebra i vent’anni dalla morte di Giorgio Strehler, i settanta dal suo debutto nel teatro musicale (proprio lì, «La traviata», 1947) e, in ultima analisi, sé stesso, riprendendo uno degli spettacoli più mitici del suo passato, di Strehler, della storia moderna dell’opera: «Die Entführung aus dem Serail», «prima» a Salisburgo nel 1965, alla Scala dal ’69, visto e rivisto qui e in altri siti. Stravisto? No. È ancora una meraviglia: il gioco delle silhouette, con i cantanti illuminati quando recitano e controluce quando cantano (avete detto Singspiel?), le tipiche pose «da Piccolo», la malinconia mozartiana dietro le geometrie degli amori, la gran rinuncia del «turc généreux», per dirla con Rameau, che commuove tanto Konstanze che magari, quasi quasi, un pensierino a restare in Barbaria lo fa, prima di imbarcarsi con l’amato Belmonte... Erano gli Anni Sessanta, Mozart non era più una questione di figurine di biscuit leziose e asessuate, e dietro ci si scoprivano abissi psicologici ed erotici fino ad allora insospettati. Lo spettacolo di Strehler fu un capolavoro e, come tutti i capolavori, nacque dentro il suo tempo.
Alla Scala l’ha rimontato, benissimo, Mattia Testi e l’ha diretto la stessa bacchetta di più di mezzo secolo fa, Zubin Mehta. «Il ratto dal serraglio» Mehta l’ha sempre diretto benissimo e continua a dirigerlo benissimo, con tempi magari più distesi di una volta ma con la stessa malinconia disincantata e affettuosa insieme, forse appena più crepuscolare per il tempo che passa. E che eleganze viennesi, che morbidezze, che rubati infallibili: una direzione perfetta per questa regia. La compagnia di canto, magari, un po’ meno. Lenneke Ruiten, Konstanze, canta bene, intonata quasi sempre, fissa talvolta, espressiva quasi mai. Mauro Peter sarebbe un notevole Belmonte se non decidesse di eseguire anche «Ich baue ganz», che di solito si taglia (dopo averlo sentito, si capisce anche perché) e in compenso, chissà perché, taglia «Wenn der Freude Tränen fliessen». Tobias Kehrer sta male, perché è solo l’ombra dell’Osmin eccezionale ascoltato a Glyndebourne nella produzione di McVicar. A posto Maximilian Schmitt come Pedrillo, intenso l’illustre Cornelius Obonya come Selim, l’unica «da Scala», come si sarebbe detto una volta, è la meravigliosa Blondchen di Sabine Devieilhe, candidata numero uno alla successione impossibile della somma Nathalie Dessay.
Comunque, grandi applausi, commozione dei reduci, festa alla prima degli strehleriani ancora in servizio. Tutto bene. Con l’avvertenza che noi non siamo più quelli del 1965 e non lo è nemmeno Mozart. Perché nel frattempo il mondo è andato avanti (o indietro, non importa) e di conseguenza la nostra idea di Lui. Perché questa perfezione, quest’eleganza che percepivamo come mozartiane non lo sono più e il Mozart che vogliano, qui, oggi, adesso, è più spiccio, più profondo, più ambiguo, più divertente da una parte e più crudele dall’altra. Meno levigato, meno «risolto», forse anche meno compiaciuto. E questo vale per quel che si vede e per quel che si sente, perché non si può fare finta che tutto quello che è successo in questo mezzo secolo in termini di prassi esecutiva, spessori sonori, dinamiche e così via, semplicemente, non sia successo. Questo «Ratto» è un bellissimo, incantevole pezzo da museo, forse la riuscita migliore di un teatro che ambisce appunto a diventare il museo di sé stesso. Certo, incomparabilmente migliore della «Bohème» di Zeffirelli che si dava in contemporanea, che oggi è solo grottesca, ma altrettanto sottratto al fluire del tempo, chiuso in una bellezza remota e senza tempo. E, alla fine, scusatemi tutti, specie i reduci, inutile. 

2. Al Comunale, l’opera come one man show 

Intanto, al Comunale di Bologna va in scena «Lucia di Lammermooor», l’opera con cui Gaetano Donizetti inventò il melodramma romantico italiano. Capolavoro indiscutibile, amatissimo eccetera eccetera ma, di regola, non opera «da direttore» (anche se Karajan o Abbado non la pensavano così). A Bologna si va invece proprio perché sul podio c’è il direttore musicale della maison, Michele Mariotti, uno che si continua a chiamare «giovane» anche se alla sua età Mozart era già morto. E Mariotti fa, semplicemente, la più bella «Lucia» che io abbia sentito in un teatro. Non buttando via nemmeno una nota, per iniziare, nemmeno nei momenti meno belli o più scontati della partitura: ascoltare per credere come sono accompagnati, all’inizio, la narrazione di Normanno (Gianluca Floris, per inciso, bravissimo) o la cabaletta di Enrico. E poi Mariotti «racconta», sempre e comunque: senza cercare l’effetto, senza calcare la mano, semplicemente credendoci. Credendo in Donizetti, nella sua orchestra magari non raffinatissima ma sempre funzionale, nella sua musica forse «semplice» ma sentimentalmente devastante, nel suo teatro raffinatissimo, nel suo romanticismo forsennato e pulp, ingenuo e sincero, irresistibile. Io non credo che qualcuno possa non commuoversi ascoltando la ripresa di «Verranno a te sull’aure» come la dirige Mariotti: perché è fatta di nulla, ma dentro c’è tutto. Dinamica, agogica e colori dell’orchestra (eccellente, per inciso) sono «pensati» e calibrati al millimetro: ma danno sempre l’impressione di nascere lì per lì, e sempre sul teatro e sulla parola. 
Direzione meravigliosa. Peccato che intorno non ci siano né lo spettacolo né la compagnia che meriterebbe. Irina Lungu canta bene, ha i sopracuti e le agilità (meglio quelli di queste) ma esprime pochissimo: sembra sempre che canti l’elenco telefonico. Stefan Pop, acclamatissimo, ha in effetti tanta e bella voce tenorile, e sa pure cantare: peccato che se lo ricordi a intermittenza, alternando momenti da corde vocali baciate da Dio (sì, nei momenti migliori Pavarotti lo ricorda davvero, e non poco) ad altri trasandati o addirittura rozzi. Consiglio studio matto e disperatissimo, e diventerà un grande. L’artista con la personalità più spiccata risulta quindi Markus Werba, benché si dimentichi una frase strada facendo e forse Enrico non sia la parte più adatta a lui.
Arrivando a Bologna, si erano letti resoconti così terroristici sulla regia di Lorenzo Mariani che alla fine la si è vista con sollievo. Si tratta in effetti di una «Lucia» delle più tradizionali, con il coro in fila per due col resto di tre, loro che cantano il duetto d’amore non guardandosi ma guardando il pubblico, insomma il solito spettacolo d’opera corrente, almeno in Italia. Qualche idea è sballata, tipo Raimondo che minaccia Enrico con una pistola o il manichino di Lucia penzolante dal soffitto mentre Edgardo canta «Tu che a Dio spiegasti l’ali», ma quasi non si notano. E invece è molto bella quella di far iniziare il Sestetto come un rabbioso faccia a faccia fra Edgardo ed Enrico.
Resta il problema del Comunale di Bologna, che da anni dispone del miglior giovane maestro italiano e non è mai o quasi mai riuscito a costruirgli intorno degli spettacoli all’altezza delle sue direzioni. Un gran peccato.

3. All’Arena, l’opera come spettacolo 

"Nabucco" - Arena di Verona 2017
L’Arena di Verona inaugura la sua stagione numero 95 con «Nabucco». E se lo gioca bene, mettendo su uno spettacolo non solo affollato e iperaccessoriato come da tradizione, ma anche divertente, scanzonato, leggermente ironico, decisamente pop. Il punto di partenza del regista Arnaud Bernard non è nuovo: «Nabucco» come opera risorgimentale, con gli ebrei schiavi a Babilonia che sono gli italiani dell’Ottocento, gli assiri oppressori gli austriaci e così via. Tutto detto e ridetto, (e anche piuttosto falso, ma non è importante). Bernard decide anche di farlo vedere. La scena è quindi occupata da una simil Scala un po’ diroccata perché tutto intorno si stanno combattendo le Cinque giornate, con grande scialo di barricate, cannonate, spari, cariche di cavalleria, Martinitt, giubbe bianche, sciuri in tuba e popolani col berretto. Nabucco è Francesco Giuseppe con favoriti e tutto; Abigaille è un’amazzone austriaca cattivissima vestita da ussara; Fenena, Alida Valli in «Senso»; Zaccaria, un predicatore laico tipo Mazzini. Naturalmente, le pulci che si potrebbero fare sono moltissime. La Scala durante le Cinque giornate non fu nemmeno toccata; nel ’48,Franz Ioseph era un diciottenne glabro e pure belloccio; non si capisce a che esercito appartengano i soldati in blu che combattono gli austriaci, visto che i piemontesi arrivarono a Milano a cose fatte, e così via.

Ma che importa. Il primo atto è divertentissimo, con la battaglia, i cavalli, i cannoni e il Kaiser che sbuca in landò. Poi tutta la trasposizione diventa fatalmente un po’ confusa, tanto che a un certo punto si fatica capire chi è chi, finché l’azione non si sposta dentro la Scala (applausi per la bellissima ricostruzione, e chapeau ai laboratori dell’Arena, fanno onore alla tradizione) dove si rappresenta, appunto, «Nabucco», quindi abbiamo anche il teatro nel teatro. Gran finale con il «Va pensiero» che diventa la scena iniziale di «Senso», tricolori dappertutto, viva l’Italia e viva V.E.R.D.I. (ma nel ’48 c’era ancora Carlo Alberto...).
All’Arena non si va per sentire la musica, anche perché, nonostante le mitomanie sull’acustica perfetta, si sente pochissimo: si va per lo spettacolo. Che dev’essere semplice (per costruire sul «Nabucco» un’altra storia Bernard non basta, ci vuole Cerniakov), accessibile a un pubblico non sofisticato, abbastanza didascalico, fastoso e ben fatto. Esattamente com'era questo «Nabucco», fra il manuale di storia per le medie e Disneyland: e credete, è un pregio. Tanto più che la scena di Alessandro Camera è un capolavoro e, a differenza dei decoratori di casa all’Arena tipo Pizzi o gli eredi Zeffirelli, Bernard le masse, oltre a vestirle, le sa anche muovere.
Parte musicale risolvibile in tre righe. Daniel Oren zompa e salta sul podio senza molto costrutto, dato che i colori orchestrali latitano o, se ci sono, non pervengono. Coro eccellente nel «Va pensiero», bissato senza per la verità che nessuno l’avesse chiesto, meno altrove. Compagnia di slavi che o cantano male (Stanislav Trofimov, uno Zaccaria impossibile) o cantano alternando egregie cose a cadute di voce e di gusto (Tatiana Melnychenko, Abigaille) o cantano bene ma senza emozionare (George Gagnidze, Nabucco) e in ogni caso sempre in una lingua misteriosa e arcana, tipo le litanie del pope dietro l’iconostasi, che di certo non è il librettese di Solera. Vabbé, sono più di tre righe, ma insomma avete capito che questo «Nabucco» era solo da vedere.

Alberto Mattioli

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