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mercoledì 8 marzo 2017

"Arena collabora con S. Pietroburgo, l’azzardo di Polo" di Cesare Galla - da Vvox.it


Arena collabora con S. Pietroburgo, l’azzardo di Polo
Per ottimizzare i costi si sperimenta la coproduzione, finora ritenuta impossibile. Asso nella manica o boomerang? Si saprà a giugno

di Cesare Galla - 7 marzo 2017

Cesare Galla
Nell’estate del 2014 i conti del Met di New York, il più importante teatro lirico d’America e uno dei più importanti del mondo, erano in rosso per 22 milioni di dollari. Una circostanza che – per inciso – dovrebbe far riflettere chi crede che la privatizzazione di un teatro sia la panacea di tutti i mali: il Met è privatissimo (e agisce in un regime di defiscalizzazione che l’Italia se lo sogna) eppure soffre esattamente degli stessi problemi di un teatro che gode di pubbliche sovvenzioni. Anche le vie per provare a risolvere queste criticità sono poco sorprendentemente analoghe. Il general manager Peter Gelb, in sella da 10 anni, ha aperto una vertenza con i lavoratori del teatro che è diventata ben presto molto aspra. Voleva una riduzione del loro stipendio superiore al 16 per cento, alla fine l’accordo è stato per un taglio minore, pari a circa il 7 per cento. Fra le strategie che hanno permesso a orchestrali, coristi, tecnici e amministrativi di ridurre il sacrificio, la richiesta dei loro combattivi rappresentanti di mettere a fuoco la questione del costo degli allestimenti. Che alla fine di una drammatica trattativa, Gelb – noto per le sue politiche di innovazione artistica soprattutto sul piano delle regie – ha accettato di ridurre in maniera consistente. L’anno seguente, il bilancio è tornato in equilibrio ed è cominciato il percorso di risanamento.


Se citiamo queste vicende di oltreoceano non è solo perché ci sono alcune singolari analogie con quelle della Fondazione Arena, ma anche per sottolineare una diversità: in riva all’Adige, negli ultimi 18 terribili mesi ma anche in precedenza, mai il tema del costo degli allestimenti è salito davvero alla ribalta. Mai fino a pochi giorni fa, quando il nuovo sovrintendente Giuliano Polo, nominato dal commissario tuttora in carica, Carlo Fuortes, pur senza dirlo direttamente ha fatto capire che la riflessione su questo tema c’è stata e che ad essa è seguita una scelta.


Parlando ai giornalisti, Polo ha dimostrato molto fair play nei confronti del suo unico vero interlocutore istituzionale, il Comune di Verona, incassando l’immediato gradimento del sindaco Tosi. Il sovrintendente ha giocato in difesa quando gli è stato chiesto di Arena Extra e della sua gestione, sempre affidata a Francesco Girondini. I bilanci ci sono e sono a posto, ha detto, ma è noto che la problematicità di questa “controllata” non consiste tanto nel pareggio dei conti ordinari quanto in quella posta di 12 milioni di euro per cessione dalla Fondazione di un ramo di azienda (archivi, costumi), che raddrizza in parte il bilancio della Fondazione stessa ma appare totalmente virtuale.

A proposito dei debiti, ha proclamato avviato il processo di risanamento, annunciando un consuntivo 2016 in ordine, e ha fatto sua la “vulgata” del sindaco, secondo la quale lo sprofondo dei conti areniani è dovuto alla congiuntura (crisi economica globale), ai minori incassi del botteghino in alcune stagioni funestate dal maltempo, alla riduzione dei proventi da sovvenzioni pubbliche. In realtà, l’uomo scelto da Fuortes sa benissimo che non solo per questo l’Arena si trova dove si trova, ma anche per scelte artistiche sbagliate e per l’effetto di una gestione che non ha saputo incidere sui costi per gli allestimenti e i riallestimenti.
In questo senso va letta la vera grande novità annunciata dal sovrintendente all’atto della sua discesa in campo mediatico di pochi giorni fa, che nessuno ha sottolineato come meritava. Il rapporto di collaborazione con il teatro Marinskij di San Pietroburgo, infatti, non è una semplice mossa di marketing (vendita di spettacoli all’estero: l’Aida di Zeffirelli in uno stadio già quest’autunno), mossa che l’anno prossimo potrebbe portare una delle stelle mondiali della direzione d’orchestra, Valerij Gergiev, in riva all’Adige.

È l’avvio di una pratica comune in tutti i teatri lirici per ottimizzare i costi, che però finora non era mai stata ritenuta possibile all’Arena di Verona, palcoscenico unico al mondo: la coproduzione. Il che vuol dire, divisione del costo degli allestimenti, in questo caso del nuovo Nabucco, che aprirà il festival areniano il 23 giugno prossimo. Si tratta di una sfida complicata e rischiosa, e Polo lo ha ammesso quando ha accennato alla necessità di una nuova impostazione scenotecnica, di una modularità indispensabile per rendere possibile il ricollocamento in un teatro tradizionale come il Marinskij di uno spettacolo che nasce negli enormi spazi areniani. Ma i suoi vantaggi finanziari sono evidenti.


In questo consiste il cambiamento, non certo nel nome del regista del nuovo allestimento, Arnaud Bernard (un buon regista, peraltro, che in Arena ha già fatto bene una decina di anni fa con Bohème) e tanto meno del direttore Daniel Oren, che è una presenza fissa ormai dagli anni Ottanta. Se la sfida del Nabucco coprodotto fosse vinta, allora il capitolo dei costi degli allestimenti potrebbe cambiare faccia e il risanamento potrebbe davvero essere coniugato con la crescita. Le difficoltà, inutile nasconderlo, sono enormi: la quadratura del cerchio (o meglio dell’ellisse, visto che si parla di Arena) è tutta da inventare e non è detto che quel che escogita Bernard possa funzionare davvero sia in Arena che al Marinskij. Polo gioca d’azzardo, e ovviamente è convinto di avere un asso nella manica. A giugno le carte saranno in tavola e si comincerà a capire come andrà a finire.

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