Post più popolari ultima settimana

domenica 29 gennaio 2017

Intervista a Carlo Saletti: "La crisi della lirica e l'indifferenza della città" - Rassegna Stampa - 29 gennaio 2017


CULTURA. Continua con questa intervista al Carlo Saletti la serie di dialoghi con alcuni rappresentanti del mondo della cultura, dell'arte, dell'istruzione, del teatro, dell'imprenditoria della nostra città: uno spazio per approfondire il tema cercando di capire quale sia lo «stato di salute» della cultura a Verona, e per conoscere anche quali siano le aspettative e i desideri di queste personalità in vista della cambio di amministrazione comunale, dopo le elezioni che si svolgeranno in primavera. Anche dopo il caso dei quadri di Castelvecchio (il furto dei 17 capolavori e la restituzione da Kiev solo un anno dopo, a seguito di una vera odissea) che ha fatto paradossalmente riscoprire ai veronesi il loro museo (migliaia di ingressi al giorno a fronte di qualche centinaio) vale forse la pena di ripensare la politica culturale di una città dal grande richiamo turistico grazie alla sua ricchezza in termini di arte e storia.

L'INTERVISTA.
Carlo Saletti, storico, docente dell'Accademia per l'opera

«La crisi della lirica e l'indifferenza mostrata dalla città»

«Stiamo disperdendo un patrimonio di ricchezza e cultura unico al mondo: anche i privati non sembrano così sensibili. Ma si tratta di un peccato capitale»

domenica 29 .01. 2017 CULTURA, p. 56

Carlo Saletti è scrittore, storico, traduttore e regista teatrale. Insegna Estetica e Storia della regia d'opera all'Accademia per l'opera di Verona, un master ministeriale per la formazione nel campo dell'opera lirica che ha sede a casa Boggian. Vive a Custoza dove lavora al progetto del Museo dell'Ossario.

Da 35 anni si occupa di studi storici su genocidi e crimini nazisti, con focus sul cinema della Shoah e su Auschwitz, dove furono deportati 1,3 milioni di persone (ne morirono 1,1), di cui 950mila ebrei. È nel comitato scientifico della Mason d'Izieu Mémorial des enfants juifs exterminés e della Fondation Auschwitz di Bruxelles. In qualità di traduttore, ha collaborato per il Dictionnaire de la Shoah (Larousse, 2009). Gli studi sull'Olocausto sono culminati nel recupero delle testimonianze dei membri del Sonderkommando in La voce dei sommersi (Marsilio 1999) e poi con Des voix sous la cendre. Con Frediano Sessi ha pubblicato Visitare Auschwitz (Marsilio 2011) di cui di recente è uscita una nuova versione, aggiornata e più agile, dedicata in particolare agli studenti, Una guida per Auschwitz. Da 15 anni accompagna infatti le scuole nei viaggi della memoria ad Auschwitz e si occupa della formazione degli insegnanti sui luoghi della storia che ha segnato il Novecento.

A conclusione di questa settimana che in città ha visto tante manifestazioni dedicate al Giorno della Memoria, proseguiamo con Saletti la nostra riflessione sullo stato di salute della cultura a Verona.

Verona, città d'arte e di storia. Anche di cultura, nel senso più vero del termine?
Verona è sicuramente una città che ha grandi poli attrattori di cultura. Solo per la storia e l'arte che Verona possiede, è evidente che c'è un grande potenziale, e non a caso si tratta di una città patrimonio dell'Unesco. Contemporaneamente a Verona ci sono importanti istituzioni culturali, penso ad esempio all'Accademia delle scienze e delle arti, all'Accademia Filarmonica o alla Società Letteraria, che ha le sue radici nella cultura illuministica e che è dunque eredità di un passato storico fondamentale per il nostro presente. Verona ha anche uno straordinario teatro di tradizione. Ma il fatto è che io non credo che la città, oggi, abbia la sensibilità e la caratura culturale per capire questa fortuna.

Si riferisce a qualche «mancanza» in particolare?
Chiaramente penso alle vicende della Fondazione Arena, anche in considerazione che lavoro in una scuola che forma talenti per l'opera. L'Arena e la lirica sono la ricchezza immensa di questa città. Ma quanto è accaduto e sta accadendo è la cartina di tornasole di quanto poco la città "senta", si muova e partecipi di questo bene. La Fondazione è un giacimento di ricchezza assoluta e le persone che ci lavorano ne sono le pepite. Credere di poter disperdere questa ricchezza, licenziando quanti qui lavorano, è un peccato capitale. Ma pensiamo solo a quello che è accaduto per il centenario dell'opera: dovevano essere celebrazioni di richiamo internazionale, nella realtà tutto è passato come se niente fosse.

In primavera ci aspetta un cambio di amministrazione. Crede che questa «disattenzione», per dirla con cautela, rispetto ad un bene culturale come la Fondazione sia anche una questione politica?
In realtà non ne farei una questione di amministrazione, nè di colore politico. Semmai mi viene da pensare che non è detto che la città abbia la statura culturale necessaria: un po' come a Pompei, c'è un intero territorio che vive di quell'indotto ma che poi Pompei non l'ha mai vista. E non ne farei questione di amministrazioni anche ricordano alcuni fatti del passato. Un esempio: il Monumento al deportato di Pino Castagna. Per la sua collocazione è nato anni fa un comitato: il monumento era pronto, la fusione pagata dalle fondazioni bancarie, ma non si trovava il luogo della posa. Era la giunta Zanotto: in cinque anni non trovò soluzione. Che arrivò invece, e velocemente, con la giunta Tosi. Il che non significa poi che questa giunta abbia posto la cultura tra le sue priorità: tanto è vero che una città come Verona non ha nemmeno un assessore alla Cultura. Per carità: come scrisse il filosofo francese Vladimir Jankélévitch, "si può vivere senza musica, arte, letteratura e teatro, ma si vive un po' peggio". Dove non arriva il pubblico, potrebbe intervenire il privato. Della Valle ha finanziato il restauro del Colosseo, tanto per dire.

A Verona il mondo degli imprenditori investe in cultura?
Alcuni nostri imprenditori hanno dimostrato interesse per alcuni eventi, ma il piano di intervento è un altro: è mai nata una fondazione qui? Guardiamo cosa ha saputo fare Treviso. La verità è che di fronte al ritirarsi del pubblico, il vuoto non è stato riempito da nessuno. Ma pensiamo a quanto è accaduto per il centenario dell'opera in Arena: dovevano essere celebrazioni di richiamo internazionale, è stata una tristezza senza pari, nell'indifferenza generale. Ecco, lì sì si è sentita la mancanza di un assessorato alla cultura.

Tra le questioni irrisolte resta anche l'Arsenale. Lei quale progetto sposerebbe?
Era perfetta l'idea di fare all'Arsenale la sede del museo di Storia Naturale, collegato dal ponte di Castelvecchio con la Bra e l'Arena, quasi simbolicamente cultura scientifica e cultura umanistica che si incontrano e incrociano. Ma non è andata così.

Alessandra Galetto

Nessun commento:

Posta un commento