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giovedì 5 gennaio 2017

Chi Tocca Uno Tocca Tutti - da DanzaSì

DAL 1991 MENSILE DI INFORMAZIONE DELLA DANZA



CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI

I rappresentanti delle Fondazioni Lirico Sinfoniche durante la lettura del comunicato unitario per la
salvaguardia delle Fondazioni. Foto Walter Garosi. Photo 2016

di Luana Luciani - 4 gennaio 2017

In una Verona già completamente immersa nella gioiosa atmosfera natalizia si è svolta, lo scorso 20 novembre, una manifestazione organizzata dal neonato Comitato Nazionale dei Lavoratori delle Fondazioni Lirico Sinfoniche per protestare contro le misure previste dall’art. 24 della legge 160 del 7 agosto 2016.

Palcoscenico della manifestazione è via Roma proprio di fronte il Teatro Filarmonico dove, paradossalmente, proprio questa sera è in scena il gran galà della danza con la Compagnia Junior del Balletto di Verona e quattro coppie provenienti da la Scala di Milano, dal San Carlo di Napoli e dall’Opera di Vienna.

Il comitato, apartitico e asindacale, nasce con il preciso intento di unire i lavoratori delle fondazioni lirico sinfoniche siano essi ballerini, musicisti, cantanti, tecnici o impiegati negli uffici, contro il declassamento a Teatro Lirico Sinfonico con conseguente taglio dei finanziamenti, riduzione dell’attività e taglio del personale: cose che rappresentano un rischio reale per tutte le Fondazioni e tutti i lavoratori coinvolti. Non a caso lo slogan scelto è “Chi tocca uno tocca tutti” e non a caso vi sono rappresentanti di Torino, Genova, Venezia, Bologna mentre chi non ha potuto partecipare personalmente ha comunque inviato video e messaggi di solidarietà.

Portavoce, grintosa e agguerrita, del comitato è Patrizia Diodato una soprano che attualmente lavora nel Coro dell’Arena di Verona, che su tutta la vicenda ha le idee molto chiare.
Portare al declassamento delle Fondazioni e in questo modo ipotecarne la chiusura è solo un altro tassello di questa assurda classe politica che da una parte si riempie la bocca parlando di eccellenza del made in Italy e dall’altro svende a colossi stranieri i maggiori assets produttivi; che parla dell’arte e della cultura come del fiore all’occhiello del nostro paese ma che ha alla base della sua politica culturale il profitto quale unica prospettiva; che esalta la cultura, l’arte, lo spettacolo in ogni forma ed espressione perchè beni fondanti e inalienabili della nostra identità nazionale, mezzo di integrazione sociale, di accrescimento morale e culturale e per questo decidono di investirvi solo l’1,4% del PIL.
Opporsi è una questione di coscienza perché questa politica culturale è destinata a portare alla chiusura dei teatri, ad un impoverimento della produzione artistica, alla fuga degli artisti all’estero.
E per chi deciderà di rimanere si prospetta un futuro fatto di instabilità e precariato.

Le scuole di Ballo del Teatro alla Scala, dell’Opera di Roma, del San Carlo di Napoli dell’Accademia Nazionale di Danza sono già oggi destinate a formare dei disoccupati. Stessa sorte toccherà ai conservatori. Unica alternativa appunto l’estero dove ancora in cultura si investe e dove infatti gli italiani sono già numerosi.
Insomma mentre la politica si ostina a parlare di tagli, riduzioni, risparmi i teatri si preparano a diventare delle inutili scatole vuote. E un teatro vuoto non può produrre cultura.

Purtroppo è un fenomeno globale; l’industria culturale non è la prima e non sarà l’ultima.
Altro problema spinoso affrontato dal Comitato è la scomparsa del ballo dalla proposta artistica delle Fondazioni. Dopo Firenze anche il Corpo di Ballo dell’Arena di Verona è ormai a un passo dalla chiusura. Durante la manifestazione incontro cinque danzatori del corpo di ballo. Chi ha al collo delle scarpette da punta, chi un cartello. Sono Angelo, Luigi, Teresa, Sara e Ludovica e con loro, i diretti interessati, inizio una chiacchierata..

Qual è la situazione attuale di voi danzatori?
Stiamo cercando un dialogo con l’autorità amministrativa per evitare i licenziamenti. Abbiamo proposto una diminuzione dell’orario di lavoro ricorrendo al part-time verticale visto che l’attività del teatro si spalma ora su 10 mesi anziché 12, e dato che è previsto dal contratto nazionale di poter lavorare anche come mimo. Per ora abbiamo rinunciato a 70.000,00 euro e a un contratto a tempo determinato. Una scelta che per qualcuno è stata sofferta perché, conti alla mano, sarebbe stato conveniente prendere quei soldi e andarsene. Ma abbiamo voluto far capire che non siamo in vendita, che la nostra abnegazione non ha prezzo. Comunque vada vogliamo uscire da questa storia a testa alta.

Dopo una vita dedicata alla danza ripiegare sul mimo è un po’ avvilente…
A nessuno di noi fa piacere fare il mimo o la comparsa,  ma il nostro obiettivo è preservare il settore sperando che la situazione politica possa cambiare e che il teatro possa tornare ad avere un vero corpo di ballo, con una vera programmazione di balletto.
Cerchiamo di rimanere all’interno del sistema pur sacrificando la nostra dignità, la nostra professionalità. Purtroppo però la macchina politica è molto più lenta di quanto non siano le procedure di licenziamento. L’attuale sindaco ha detto che il ballo è inutile ma il prossimo anno ci sono le elezioni e potrebbe arrivarne uno più lungimirante.

C’erano altri progetti in cantiere per il corpo di ballo come ad esempio la creazione di una compagnia interregionale.
L’assessore alla cultura regionale si è detto molto interessato, il Ministro si è detto molto interessato ma evidentemente non si comunicano questo interesse! Il risultato è che siamo fermi.

Credete ci sia un disegno preciso dietro questo accanimento contro il ballo?
C’era un disegno di Salvo Nastasi che diceva che di Fondazioni ne dovessero rimanere solo 4. Hanno chiuso il corpo di ballo del Maggio che lavorava molto bene, poi arriva Fuortes e  per prima cosa decide di chiudere il corpo di ballo, proprio lui che ha sempre detto che il ballo va difeso.
Ci sembra evidente che ci sia un disegno ben preciso mascherato con i problemi di bilancio. Che poi il nostro debito di 28 milioni di euro non è certo stato causato dal ballo!
Tra l’altro in fase sindacale ci hanno presentato le marginalità produttive del teatro e la stagione sinfonica perde il doppio del balletto.

Il problema non riguarda però solo il ballo ma coinvolge anche gli altri settori.
Alle attività di ballo concorrono tutte le maestranze. Cancellare la compagnia significa togliere lavoro anche a tutti gli altri settori.
E comunque meno lavori e meno produci. Quindi facendo così non fai altro che pagare degli stipendi a vuoto.

Eppure di modi per impiegare la compagnia anche al di fuori della stagione lirica ve ne erano sicuramente..
In questo deserto in Italia che è il balletto di repertorio bastava far circuitare la compagnia. Siamo a 90 chilometri da Venezia: non potevamo andare noi alla Fenice anziché l’Opera di Roma?
Se c’è una Traviata, o una Vedova Allegra perché fare delle audizioni in giro quando c’è un corpo di ballo disponibile? Tanto più che noi siamo in astensione obbligatoria dal lavoro quindi pagati per non far nulla per 3 mesi, fino al 31 dicembre. Un grave danno perché non possiamo neanche usufruire della sala danza e per poterci allenare dobbiamo cercarci delle alternative.

Mentre voi siete qui a manifestare, in teatro c’è un gala di danza organizzato da una scuola locale con ospiti provenienti da alcune Fondazioni.
Evidentemente non tutti hanno la sensibilità di capire la nostra situazione.
Si poteva pensare di invitare una coppia dal corpo di ballo dell’Arena di Verona. Avrebbe potuto essere l’occasione per rendere uno spettacolo di danza uno strumento per evidenziare le problematiche che il settore vive in Italia. Sarebbe stato un bel gesto di solidarietà.
Purtroppo abbiamo tristemente constatato che anche alcuni dei nomi più illustri della danza italiana non si sono minimamente spesi per questa causa. Soprattutto chi proviene da un corpo di ballo di una Fondazione dovrebbe, a livello umano, condividere i nostri timori. Anche perchè è una battaglia comune a tutti coloro che vivono di danza in particolare classica.

Come vedete il vostro futuro?
Ora che la legge 223/1991 (in sintesi quella che parla dei licenziamenti collettivi) a Bari è stata applicata anche per i settori artistici è tutto più difficile. Ma una soluzione, se veramente si vuole, si trova. Ma siamo stanchi, stremati. L’anno scorso più o meno in questo periodo iniziavamo un calvario che, dopo un anno non si è ancora concluso. 
Abbiamo dimostrato che siamo pronti ad affrontare sacrifici pur di avere la speranza di un futuro. È un impegno per noi stessi, per le nostre famiglie e per tutti quei giovani che vorrebbero intraprendere una carriera artistica e che, per come stanno le cose, già sanno che dovranno andare in un altro Paese per realizzare il loro sogno. Qui di possibilità e prospettive non ce ne sono.
Ma la speranza è l’ultima a morire anche perché abbiamo delle famiglie da mantenere il che rende molto difficile ipotizzare uno spostamento in un’altra città. Ma poi per andare dove? E per lavorare quanto?
La danza ha impregnato le nostre vite e condizionato le nostre scelte. È stato un investimento anche a livello familiare, abbiamo fatto sacrifici noi e le nostre famiglie. Abbiamo studiato danza per anni, praticamente da sempre. È un mestiere bellissimo ma breve. E alla fine ti senti dire che siamo esposti agli infortuni e per l’azienda è un costo insostenibile; che poi la maggior parte dei piccoli infortuni avvengono durante la stagione estiva quando balliamo in condizioni nelle quali nessun altro potrebbe. La verità è che vogliono cancellare il corpo di ballo stabile e sostituirlo con danzatori con contratti a prestazione e salari minimi. Ma quanti professionisti potranno accettare? Lavorare un mese si e 7 no? Va da sè che la qualità si abbasserà inesorabilmente. Se pensiamo al prestigio che questo corpo di ballo aveva in passato ci piange il cuore! Da qui sono passati grandi artisti e prestigiose compagnie, dall’American Ballet Theatre, a Carreño, Carla Fracci, Rudolf  Nureyev,  Elisabetta Terabust, Vladimir Derevianko e tantissimi altri.

In questo particolare momento storico, credete che l’istituzione della Fondazione Lirica abbia ancora un valore?

Le Fondazioni sono necessarie perché hanno un compito ben preciso: sono depositarie della tradizione. Quale altra compagnia può pensare di allestire un balletto di repertorio? Quindi ben vengano i nuovi linguaggi del contemporaneo, le nuove avanguardie, le innovazioni di ogni genere e forma; ma chi si occuperà di tramandare il repertorio classico? Patrimonio che non va assolutamente perso. Questo dovrebbe fare un paese civile: preservare tutta la cultura in tutte le sue forme ed espressioni!

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