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martedì 1 novembre 2016

Rassegna Stampa - 1 novembre 2016


All’Opera va in scena l’emergenza
Tempi di nuovo difficili per i teatri italiani: venerdì a Venezia manifestano i lavoratori

martedì 1 novembre 2016

Il 4 novembre, venerdì, delegazioni dei dipendenti delle 14 fondazioni liriche nazionali si ritrovano a Venezia in occasione dell’inaugurazione della stagione per «chiedere con forza un adeguamento dell’investimento culturale da parte dello Stato e un credibile intervento di riforma legislativa». A tre anni dalla legge Bray nata per salvare gli otto teatri maggiormente in difficoltà, il mondo dell’opera si interroga sul suo incerto destino. La natura delle fondazioni, il costante decremento del Fondo unico dello spettacolo, dei contributi locali, la crisi degli sponsor, gli esuberi e le cause di lavoro pendenti sono alcuni dei problemi di un settore che sembra in crisi di prospettive più ancora che di denari.

Poco credito, tanti esuberi. Per le fondazioni liriche incubo taglio a fine 2018
A rischio chi non otterrà il pareggio di bilancio. Roi: “Siamo senza soldi, non ci dormo la notte”

Sandro Cappelletto

ROMA I tempi tornano ad essere difficili per i teatri d’opera italiani. Due soli non rischiano: la Scala e l’Accademia di Santa Cecilia, garantite da un finanziamento triennale e dal riconoscimento di una condizione di eccellenza. Ma per le altre dodici Fondazioni liriche l’orizzonte si sta oscurando: 400 cause di lavoro pendenti, circa 60 esuberi tra Firenze – dove i sindacati chiedono le dimissioni del sovrintendente Bianchi - e Bologna, 71 licenziamenti al Petruzzelli di Bari dopo le assunzioni imposte da una recente sentenza. 

Un concerto al Carlo Felice di Genova: per contenere i costi
è stata rinviata l'opera che avrebbe aperto la stagione
Il decreto approvato dal Parlamento la scorsa estate parla chiaro: per le Fondazioni che non riusciranno a trovarsi in pareggio al 31 dicembre 2018, il «mantenimento della partecipazione e vigilanza dello Stato» diventerà «eventuale». Per la prima volta nella storia repubblicana lo Stato considera dunque possibile non finanziare i principali teatri lirici, delegando la responsabilità agli enti locali o ad altri soggetti. 
Particolarmente difficile è la situazione di Genova: «Per capirci: non ci dormo la notte per trovare il modo di pagare gli stipendi», dice Maurizio Roi, sovrintendente del Carlo Felice dal settembre 2014, che invita a uscire dal caso specifico per guardare l’intero orizzonte: «Se è vero che la lirica è un pezzo dell’identità italiana, bisogna chiedersi quanto si è disposti a investire, qual è il progetto dell’intero Paese verso questo settore dello spettacolo. Purtroppo, non vedo una strategia, solo una continua emergenza». 
Di emergenze la storia recente del Teatro è un esempio perfetto: tra il 2010 e il 2012 qui sono stati applicati i contratti di solidarietà, con decurtazione degli stipendi; qui nel 2014 la programmazione artistica era inesistente, mentre restava aperto un contenzioso con la Banca Carige e il Teatro era segnalato dalla centrale dei rischi della Banca d’Italia. 
Negli ultimi due anni il costo del lavoro è sceso di altri 2 milioni di euro grazie al prepensionamento di 30 dipendenti. Ma ancora non sembra bastare, se nei giorni scorsi è stato annunciato, per contenere i costi, il rinvio della Rondine di Puccini. «Ancora oggi nessuna banca ci fa credito, nessuna fondazione bancaria ci sostiene. Lavoriamo solo con soldi nostri e siamo in costante emergenza di liquidità», puntualizza Roi. La città non vi aiuta? «Genova è la città del Nord che ha maggiormente subito la crisi di questi anni. I rapporti con Comune e Regione sono ottimi, ma la disponibilità di risorse del pubblico e del privato è molto modesta. Ci aiutano gli affitti che incassiamo per eventi e convention aziendali».

Giocano contro anche le lente complessità della nostra burocrazia: «Abbiamo aderito alla Legge Bray, ma i 13 milioni che dobbiamo ricevere dal ministro delle Finanze non arrivano e questo ritardo pesa». Il Carlo Felice fu reinaugurato proprio venticinque anni fa, dopo la lunghissima interruzione causata dalla guerra. C’era molto entusiasmo, in quell’ottobre del 1991, oggi prevale il timore. Come immagina gli anni a venire? «A Genova ci stiamo reinventando il modo di esistere del Teatro, ponendoci tre obiettivi: tutelare un servizio al quale una città come Genova non può rinunciare; partecipare agli sforzi di un territorio che punta sul turismo; assicurare ai nostri dipendenti e al pubblico un futuro. Abbiamo aumentato i concerti in decentramento, rimesso in moto il festival della danza, organizzato due tournée, in Cina in Oman. Puntiamo ad essere la Fabbrica della Musica di tutta la Liguria. Ma quello che soprattutto serve è capire se l’Italia vuole investire in modo sano sui suoi teatri d’opera o se ci attende, chi prima chi poi, il declino, con poche eccezioni».

Coraggio, idee, qualità. La via della salvezza passa per la provincia
Tante realtà “di tradizione” sorprendono utilizzando al meglio le esigue risorse

Alberto Mattioli

PAVIA E se la salvezza dell’opera arrivasse dalla vecchia, buona, sana provincia? Qualche esempio. Al Fraschini di Pavia sbarca una delle produzioni del circuito lombardo, nata al Ponchielli di Cremona e poi fatta girare per i teatri della regione. È il Midsummer Night’s Dream di Britten, uno dei capolavori ottimi massimi di un secolo come il Novecento che di capolavori è stato particolarmente prodigo. Ed è un bellissimo spettacolo. Attenzione: non bello per essere una produzione di provincia, bello tout court. 

11 recite per il "Sogno" di Britten, nove nei teatri del circuito
lombardo e due a Reggio Emilia: economie di scala
Bravissimo il direttore Francesco Cilluffo, musicalmente inappuntabile e teatralmente trascinante. Preparatissimi i cantanti, che sono tutti giovani, bravi e, cosa che non guasta mai, anche piuttosto belli, con una menzione speciale per l’eccellente controtenore Raffaele Pe. E lo spettacolo di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, tutto sommato tradizionale, è però pieno di idee (Oberon vestito da Tom Cruise in Intervista col vampiro, Titania bellezza al bagno preraffaellita), ben recitato, funzionale, efficace. Risultato: pubblico un po’ sconcertato all’inizio (magnifico lo sbalordimento di una tipica sciura da matinée: «Ma è in inglese!». Eh, questo Shakesperare, signora mia...), entusiasta alla fine.

Caso isolato? No. Pochi giorni fa, apertura a Bergamo del festival dedicato a Donizetti, cioè all’unico nostro grande operista che di un festival abbia effettivamente bisogno. Come ha puntualmente dimostrato la riesumazione dell’Olivo e Pasquale, godibilissima anche perché ben diretta da Federico Maria Sardelli e, nell’ottimo livello complessivo del cast, con una grande interpretazione, quella di Bruno Taddia come Olivo. 

Proseguiamo? Centenario della morte di Paisiello. Quasi nessuno, nei grandi teatri, se l’è ricordato (ammesso che lì qualcuno sappia chi era Paisiello). L’Opera Giocosa di Savona sì, e ha presentato un’accettabilissima produzione della Nina, o sia La pazza per amore, un capolavoro che ha fatto la storia dell’opera ma non entra quasi mai nella cronaca esecutiva. Poco prima, il Coccia di Novara era uscito a testa alta dall’impresa non certo facile di «mettere su» un’Aida, confermando le doti del suo direttore musicale, Matteo Beltrami, e regalando perfino la rivelazione di una cantante che farà strada (a patto che non faccia sciocchezze), il soprano Alexandra Zabala. 

Mentre le fondazioni liriche sembrano sprofondare sotto il loro stesso peso, i teatri che il legislatore definisce, bontà sua, «di tradizione» dimostrano di volerla preservare usando al meglio le loro poche risorse. Genova cancella produzioni, a Bologna i coristi manifestano in Comune cantando un «Va’ pensiero» di protesta, a Verona si è rischiato il crac, a Firenze la situazione resta difficile: il panorama dei «grandi» non è confortante. Anche se, va pur detto, oltre ai soliti primi della classe del Regio di Torino e della Fenice, e alla Scala che fa corsa a sé (ma le ultime Nozze di Figaro gridano ancora vendetta), segnali positivi arrivano dal San Carlo e dal Massimo di Palermo, mentre la gestione di Carlo Fuortes dimostra che perfino l’Opera di Roma può diventare un teatro serio.


Ma intanto il Comunale di Modena inaugura con un buon Turco in Italia una stagione di sei-titoli-sei che diventano sette con un gala per «il Leo», alias Nucci; idem il Municipale di Piacenza. E presentando «nomi» non tanto inferiori a quelli dei teatroni. Anche perché, come spiega un agente cinico dunque sincero, «c’è un’altra differenza fra la provincia e alcune fondazioni: in provincia, gli artisti li pagano puntualmente».




Fondazione Arena I grillini portano la protesta alla Fenice


martedì 1 novembre 2016

VERONA Lirica sempre al centro degli strali politici. In merito alla crisi della fondazione Arena e ai licenziamenti in corso, interviene il consigliere regionale veronese Manuel Brusco del M5S: «Il sindaco Flavio Tosi vuole distruggere la cultura veronese e lo ha dimostrato chiedendo la liquidazione della fondazione Arena di Verona». Oltre a richiamare l’intervento dell’Anac, lo stesso Brusco annuncia una mobilitazione: «A pagare devono essere i responsabili, non gli artisti e i tecnici. Per questo manifesteremo coi lavoratori al Gran Teatro la Fenice di Venezia il 4 novembre. Personalmente, la mia protesta e quella del M5S saranno contro il sindaco di questa città. Il fatto che lui non creda nella cultura non significa che questa non abbia valore». Venendo infine alle richieste avanzate dal movimento grillino a riguardo, i lavoratori della fondazione vogliono un adeguamento dell’investimento culturale ai livelli europei (Italia penultima in Ue) e uno sforzo organizzativo di tutto il sistema che li riguarda per meglio assolvere allo scopo sociale intrinseco ai teatri: la cultura per tutti i cittadini, nel rispetto dell’articolo 9 della Costituzione della Repubblica Italiana», conclude Brusco.

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