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mercoledì 23 novembre 2016

"NON ZITTITE L'ARTE, NON CHIUDETE IL LIRICO DI CAGLIARI" di Maurizio Ciotola - da il Punto sociale.it

NON ZITTITE L’ARTE, NON CHIUDETE IL TEATRO LIRICO DI CAGLIARI.

di Maurizio Ciotola

20 Novembre 2016

L’art. 24 della Legge 160 del 7 agosto 2016, inerente i teatri lirici italiani, recita: "...su proposta del Ministro dei Beni Culturali e delle Attività Culturali e del Turismo, il Governo provvede...", ovvero il ministro Franceschini propone e il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, dispone, su quella che sarà l’operazione di individuazione, tra i quattordici teatri lirici italiani quelli che, per requisiti saranno riconosciuti "fondazione lirico sinfonica" e per i quali resterà il "mantenimento della partecipazione e della vigilanza dello Stato" e tutti gli altri che, differentemente, verranno riconosciuti come "teatri lirico-sinfonici" ed esclusi dal patrocinio di Stato e relativo finanziamento.
Una legge con cui si sono create tipologie differenti di teatri lirici, le fondazioni liriche, che saranno sostenute da erogazioni dello Stato per il mantenimento della loro programmazione artistica e i teatri lirico sinfonici, ai quali invece tale importantissimo e determinante contributo verrà sottratto, inducendo gli stessi ad una considerevole riduzione del budget di spesa nella programmazione degli eventi.

Il paradosso è insito nel fatto che, i più importanti e grandi enti lirici nazionali, come La Scala di Milano, La Fenice di Venezia, l’Opera di Roma, e il Massimo di Palermo entreranno a far parte, per i riconosciuti requisiti, delle fondazioni lirico sinfoniche e dei conseguenti finanziamenti dello Stato, mentre enti lirici molto meno ricchi, più modesti per dimensioni, ma non per qualità come quello cagliaritano, non avranno questo riconoscimento. Se è pur vero che, un teatro lirico non si sostiene solo con i finanziamenti, ma anche grazie agli sponsor, ai pagamenti degli abbonamenti e dei biglietti da parte degli spettatori, dobbiamo tener presente che, teatri come la Fenice di Venezia, possono proporre abbonamenti di 1150 euro a stagione, contro i 250 euro necessari per l’intera stagione al Teatro Lirico di Cagliari, senza tener conto degli sponsor nazionali ed internazionali, che concorrono al suo pareggio di bilancio.
Immaginate se, domani, per far fronte a questa esigenza, il Teatro Lirico di Cagliari dovesse decidere di aumentare il costo degli abbonamenti e dei biglietti in misura da eguagliare quelli de La Fenice. E altresì, attraverso un "esercizio" delle previsioni sul possibile bacino di “utenza”, provate ad elencare quante persone potrebbero accedere al teatro ed assistere agli spettacoli, alla loro "erogazione" in quanto servizio culturale, cui una società non può e non deve fare a meno.

Una domanda dobbiamo farla però anche al ministro Franceschini, nonché al Presidente del Consiglio Renzi, al fine di esplorare la loro reale consapevolezza di quello che oggi è il tessuto economico e sociale del Paese; e sempre a riguardo delle condizioni dei territori come il nostro, riescono a comprendere che l’abbonamento stagionale già oggi è diventato un lusso, per la erosione del reddito, l’impoverimento del territorio, di cui le politiche nazionali e regionali sono direttamente responsabili?

Il 19 novembre al Teatro Lirico di Cagliari, di fronte alla manifestazione armoniosa e pacata, attraverso cui i musicisti, i tecnici, gli assistenti di sala, il direttore d’orchestra, hanno preso parte per mostrare la bellezza di ciò che può offrire il teatro e di cui sono maestri, non vi era un solo rappresentante della Giunta Regionale e di quella Comunale, ma solo consiglieri regionali e comunali intervenuti a titolo personale, non facenti parte della maggioranza. Dobbiamo chiederci perché l’oblio e il rifiuto al dialogo in questo nostro Paese oggi, a distanza di sessant’anni dalla caduta del fascismo, ha preso il sopravvento a discapito di un confronto che in quanto tale è scomparso, rigettato, taciuto e censurato, per dar luogo a show in cui regna la violenza verbale.
Perché non un parlamentare sardo, neppure di opposizione, ha voluto essere solidale con quello che è l’imminente dramma del Teatro Lirico di Cagliari, dei suoi dipendenti, per la città intera e per la Sardegna? Non è e non sarà esclusivamente un problema dei musicisti, scenografi, tecnici, impiegati, assistenti, costumisti, dipendenti del teatro, ma è un problema della comunità regionale, che non potrà più accedere a ciò cui ha diritto per quanto dispone l’art. 9 della Costituzione; ma soprattutto perché, culturalmente costituirà una vera e propria rinuncia all’umanesimo, di cui non possiamo fare a meno per vivere e crescere in quanto individui, capaci di gestire il presente e determinare il futuro, il nostro futuro sociale.

Questo emendamento, introdotto ad hoc nella legge omnibus in agosto con lo scopo di non essere sottoposta alla dovuta vigilanza parlamentare, oltre a determinare un diverso riconoscimento dei teatri lirici esistenti, impone a quelli non più in grado di far fronte alle spese di programmazione, la loro fermata nei periodi di inattività imponendo loro "...la conseguente trasformazione temporanea del rapporto di lavoro del personale...", dettando per le missioni all’estero una riduzione delle spese "nella misura del 50 per cento": ovvero non solo verranno ridotte le attività nei teatri che riusciranno a sopravvivere, ma è loro impedito portare in giro per il mondo la bellezza di cui sono artefici.

Chiediamoci se, in questo paese diseguale, è possibile mettere in “corsa” tra loro “teatri”, tra nord e sud, centro e periferia, o più in generale i tanti soggetti sociali, industriali, enti locali, di un Paese che eguale non è? Dal dopoguerra si è cercato di colmare il divario esistente, in ambito culturale e sociale, industriale ed economico, attuando una redistribuzione dei redditi e un impegno dello Stato commisurato allo stesso divario esistente, per trovare un equilibrio consono a quel nostro primeggiare tra gli otto Stati più sviluppati del mondo.

Oggi assistiamo ad un depauperamento del territorio attuato dal Governo centrale come da quello regionale, che smantella servizi e strutture, in sé determinati ai fini del mantenimento e alla crescita del Paese sul piano sociale, culturale ed economico. In cambio assistiamo agli show elettorali e politici, privi di finalità comuni, ma agiti per sostenere le ragioni dell’uno o dell’altro, senza una vera e propria ricaduta sul territorio, se non per i soliti noti “esclusi” da crisi e povertà, che lavorano alacremente allo scopo di accentuarle per un loro esclusivo tornaconto.

Maurizio Ciotola

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