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martedì 6 settembre 2016

Rassegna Stampa - 6 settembre 2016



martedì 6 .9. 2016


Fondazioni, il diktat del ministero: Bilancio in pari o l’Arena rischia
Quattro punti cardine indicano la strada da battere se l’esercizio 2016 chiuderà in perdita

VERONA Nuove nubi sulla Fondazione Arena di Verona, forse anche con effetto… retroattivo. Dal ministero dei Beni Culturali è infatti arrivata in questi giorni una circolare dai toni molto perentori su come ci si deve comportare, ma che sembra prefigurare anche una prospettiva più ampia per il futuro. 
I temi toccati dalla circolare sono quattro. Il primo riguarda il personale (anche direttivo), al quale (se il bilancio non sia in pareggio) non potrà essere riconosciuto alcun premio di risultato o altri trattamenti economici aggiuntivi previsti. Tagliando la questione a fette, si parla del famoso contratto integrativo, la cui trasformazione causò durissime lotte, un referendum ante-commissariamento che bocciò un’intesa raggiunta (senza la firma della Fials) ma che adesso, se i conti economici non saranno in pareggio, rischia di non poter essere fatto mai più.
La circolare vale dal 21 agosto scorso (data d’entrata in vigore delle nuove norme per gli enti territoriali). E il pareggio di bilancio per il 2015 venne raggiunto, come si ricorderà, solo grazie all’erogazione straordinaria di un milione e mezzo di euro da parte del Consiglio comunale e di 2 milioni e mezzo da parte di Agsm. Mentre ovviamente non si sa come sarà quello 2016, se i contributi straordinari ci saranno e se i conti cancelleranno il «rosso» del passato.
Il secondo tema riguarda una decisione già presa dal Commissario Carlo Fuortes, ovvero la tanto discussa «stagionalizzazione» dell’attività (su cui punta anche il progetto di privatizzazione che stanno portando avanti l’imprenditore Giuseppe Manni, l’avvocato Lamberto Lambertini e l’avvocato Giovanni Maccagnani, ma che viene duramente avversato da sindacati e forze politiche di opposizione). La Circolare spiega infatti che, sempre in caso di mancato pareggio di bilancio, le Fondazioni «sono tenute a prevedere opportune riduzioni delle attività, comprese la chiusura temporanea o stagionale e la conseguente trasformazione temporanea del rapporto di lavoro del personale, anche direttivo, da tempo pieno a tempo parziale».
Il terzo tema obbliga a dimezzare le spese per le missioni all’estero dei dipendenti.
Mentre il quarto e ultimo punto recita che «non si applica la disciplina del lavoro subordinato di cui all’articolo 2 del decreto 81 del 2015 (all’interno del jobs act, trasformando le collaborazioni in rapporti di lavoro subordinato, ndr) alle collaborazioni prestate nell’ambito della produzione e realizzazione di spettacoli da parte delle Fondazioni».
Un’indicazione che potrebbe togliere forza alle cause di lavoro intentate alla Fondazione Arena proprio per «stabilizzare» chi stabile non è.
Come abbiamo premesso, questi quattro «diktat» romani non toccano la situazione attuale, visto che l’ultimo bilancio areniano è andato «in pari» grazie ai contributi straordinari di Comune, Agsm, e Camera di Commercio.
Ma la Circolare, firmata dal direttore generale Antonio Cutaia, prefigura un modello di Fondazione basato soprattutto su una logica di equilibrio economico. Logica diversa da quella di sindacati e opposizioni. Sul nostro giornale, il segretario della Slc Cgil, Paolo Seghi, ha spiegato che «ridurre tutto a un conto economico vuol dire togliere spazio alla musica e all’espressione».
Il sindaco Flavio Tosi ha sottolineato invece che «il governo imporrà degli standard chiedendo a tutte le Fondazioni di far quadrare i conti, altrimenti lo Stato potrebbe uscire, abbandonando questi enti a se stessi». Il senatore forzista Stefano Bertacco ha però insistito sul fatto che «la cultura è arricchimento delle persone, non è solo conti da far quadrare». E la parlamentare del Pd Alessia Rotta ha cercato di tenere insieme le cose, sottolineando che «la vera domanda è capire come sia possibile mantenere una Fondazione con un equilibrio dei costi».
Lillo Aldegheri

La strada per trovare altre risorse? Quella della Cassa Depositi e Prestiti 

I l «Balletto del Veneto». Così lo avevamo denominato parafrasando il noto «Balletto della Toscana». Era un’ipotesi di prosecuzione delle attività dato che, allora, era già avviato a Verona il processo di chiusura del medesimo. È stata una nostra idea che agli inizi di dicembre 2015 avevano presentato ad alcune istituzioni e forze politiche. Ci fa piacere che successivamente l’idea si sia diffusa e dalla scorsa primavera accolta da molti. Per onestà intellettuale, comunque, va ricordato che già l’ex sovrintendente Renzo Giacchieri alla fine degli anni ’80, sulla scia della chiusura del corpo di ballo della Fenice, ne aveva prospettato la nascita con l’allora direttore del corpo di ballo dell’Ente Lirico, il noto ballerino e coreografo Pippo Carbone. 
Così come allora si pensava a una struttura regionale autonoma, ma garantita da opportuni finanziamenti e contratti, da utilizzare da entrambe le fondazioni liriche ma anche dalle altre realtà regionali che si occupano di spettacolo. Ora tale progetto è lievitato diventando «triveneto» inglobando anche Trieste. Bene, ne siamo felici. È una strada da percorrere ma, come sempre, per realizzare le cose bisogna anzitutto crederci e poi amarle. Sull’analisi del post Festival areniano 2016 ci siamo già espressi. Ora è aperto quello sul futuro della Fondazione areniana. Al momento, girano «poche idee, ma confuse» (E. Flaiano). Il problema, come sempre, sta alla base delle cose: fintantoché in sede nazionale non si interviene con una legge quadro (non decreti ad hoc ) a ridefinirne contenuti, competenze, risorse, rapporto lavorativo ecc., le fondazioni lirico-sinfoniche non potranno mai ritrovare al loro interno la forza per il rilancio. Al riguardo, le proposte ci sono ma non è questa la sede per parlarne. Dobbiamo partire dalla situazione che abbiamo in essere, in attesa che l’attuale governo passi alla storia come quello che ha rinnovato il settore e messo le attuali fondazioni liriche nelle condizioni di porsi sul mercato con strumenti adeguati e innovativi per rilanciarsi e crescere. Sponsor? Idea buona ma è un déjà vu. Che qualità e capacità di marketing possiamo offrire affinché il loro apporto economico sia rinfrancato da un benefico ritorno d’immagine? Allo stato, quasi nullo. Certo, gli amici si trovano sempre che buttano sul tavolo qualche briciola ma qui servono pagnotte (milioni). Prima predisponiamo un prodotto di qualità e una governance che sappia ben gestire. Dove trovare altre risorse? Lo stanno già facendo due fondazioni: il Teatro alla Scala di Milano e l’Accademia di Santa Cecilia di Roma che avevano nel 2011 richiesto e ottenuto il «riconoscimento di forma organizzativa speciale» (Dpr del 19 maggio 2011, n. 117). Dove stanno attingendo parte delle loro risorse per l’attività? Alla Cassa e Depositi Prestiti. In questi giorni, proprio al Teatro alla Scala, ha debuttato Die Zauberflöte (Il Flauto magico) di Mozart con il sostegno appunto della Cdp. Cos’è la Cdp? È una Spa partecipata per l’80,1% dal ministero dell’Economia e delle finanze, per il 18,4% da diverse fondazioni bancarie e il restante 1,5% in azioni proprie. In questi anni ha già investito 160 miliardi di euro (miliardi!) per stimolare le principali aree di crescita del Paese. Dice un suo slogan: «La nostra missione è promuovere lo sviluppo del sistema economico e industriale italiano; finanziamo le attività a supporto della crescita del Paese… Lavoriamo con oltre 10 mila Enti pubblici e 26 milioni di risparmiatori. Più di 110 mila imprese e oltre 11 mila famiglie hanno beneficiato dei nostri programmi di sostegno all’economia». Sabato scorso, anche il Presidente dell’Anfols (l’Associazione che raggruppa i sovrintendenti delle fondazioni lirico-sinfoniche), Cristiano Chiarot, ne ha lodato la positiva apertura auspicando, con il Presidente della Cdp Claudio Costamagna, un tavolo tecnico «per identificare assieme le migliori opportunità di sviluppo per questo comparto». Certo, nessuno da nulla per niente e una Spa deve guardare soprattutto ai profitti ma è una strada «istituzionale» da esperire senza vendere i gioielli di famiglia o modificare l’assetto storico di un ente … in attesa che il governo intervenga con una legge quadro, di cui si ha urgente necessità.

«Si segua l’esempio della Scala di Milano»


VENEZIA Cristiano Chiarot, sovrintendente della Fenice di Venezia e presidente dell’Anfols (Associazione nazionale fondazioni lirico sinfoniche) rimarca l’importanza della partnership tra Cassa Depositi e Prestiti e Fondazione Teatro alla Scala di Milano, volta al finanziamento di una produzione lirica inserita in un contesto educational.
«Consideriamo questa una positiva apertura di questo istituto finanziario che da tempo deve dar vita a un tavolo tecnico con le fondazioni virtuose previsto da una legge dello Stato. Confidiamo che dopo le autorevoli parole del presidente Claudio Costamagna, tale tavolo trovi compiuta attuazione. Come presidenza Anfols siamo da subito disponibili», le sue parole.




LA NUOVA LEGGE. Il direttore dello Spettacolo del ministero della Cultura, Cutaia, detta le nuove regole sulle Fondazioni


Lirica, la scure su contratti e organici
Basta premi ai dipendenti e riduzioni dell'attività a enti con bilancio in rosso. Limiti a lavoratori aggiunti

martedì 06 .09. 2016 CRONACA, p. 12

Giro di vite su contratti, organici e contenimento delle spese. Il ministero degli Spettacoli le...suona alla lirica. In attesa del varo del piano di risanamento del commissario della Fondazione Arena, Carlo Fuortes, finalizzato ad accedere ai finanziamenti della Legge Bray - atteso per metà settembre - stavolta la mannaia arriva da Roma. Precisamente dal direttore generale dello Spettacolo per il ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Onofrio Cutaia. Il quale ha inviato a tutte le fondazioni lirico-sinfoniche italiane, fra cui quella scaligera, e anche all'Associazione nazionale delle fondazioni lirico-sinfoniche (Anfols), il testo con i principali punti del decreto 113 del 24 giugno 2016, convertito nella legge 160 del 7 agosto 2016, in vigore dal 21 agosto. La quale - nelle more della revisione dell'assetto ordinamentale e organizzativo delle fondazioni, da effettuarsi con vari regolamenti entro il 30 giugno 2017 - rende subito operative misure di contenimento della spesa e di risanamento. La prima: «Al personale, anche direttivo, delle fondazioni, ove queste non raggiungano il pareggio di bilancio, non sono riconosciuti eventuali contributi o premi di risultato e altri trattamenti economici aggiuntivi previsti dalla contrattazione di secondo livello».Il secondo punto stabilisce invece che «le fondazioni che non raggiungano il pareggio di bilancio sono tenute a prevedere opportune riduzioni dell'attività, comprese la chiusura temporanea o stagionale e la conseguente trasformazione temporanea del rapporto di lavoro del personale, anche direttivo, da tempo pieno a tempo parziale, allo scopo di assicurare, a partire dall'esercizio immediatamente successivo, la riduzione dei costi e il conseguimento dell'equilibrio economico-finanziario». Sono due punti che sembrano coincidere con la situazione di Verona, dove peraltro Fuortes ha già stabilito che la Fondazione interromperà per due mesi l'attività, in inverno. Il terzo punto dimezza il trattamento economico per missioni all'estero dei dipendenti. Mentre il quarto dice che non si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato alle collaborazioni nella produzione e realizzazione di spettacoli. In pratica, ai lavoratori aggiunti, estivi.
E.G.


LA STAGIONE. La media delle prestazioni canore è stata di buon livello, nonostante la difficoltà di formare i cast

Arena, cantanti promossi: tanti acuti, poche stecche

Gianni Villani

In «Carmen» spiccano il 9,5 a Ekaterina Bakanova e il 10 assegnato alle «seconde parti» tra le migliori degli ultimi anni. In «Aida» insuperabile la voce di Amarilli Nizza: 9,5

martedì 06 .09. 2016 SPETTACOLI, p. 48

Terminata la stagione lirica in Arena, è tempo di bilanci anche per le voci. E quest'anno le pagelle non sono niente male, con voti alti e poche insufficienze, nonostante diversi cast siano stati completati all'ultimo, per le vicende economiche della Fondazione Arena. Ecco i nostri voti, titolo per titolo.CARMEN Luciana D'Intino: l'esperienza sicuramente gioca un ruolo importante, ma Carmen non è mai stato il suo ruolo di elezione. Meglio in Amneris. La media le consente un'abbondante sufficienza. Voto 6,5. Carmen Topciu: artista di riguardo, se non fosse per una eccessiva caratterizzazione del personaggio che la rende un tantino volgare. La vocalità è importante e anche di ottima fattura. Voto 7. Anastasia Boldyreva: non una voce grandissima, ma tecnicamente in ordine. Gestisce ottimamente il materiale e di Carmen offre un'interpretazione da manuale. In Amneris sfrutta il suo metro e ottanta, per dare autorevolezza scenica ad una vocalità che propende per il canto nelle zone acute della tessitura. Uno fra i migliori debutti areniani degli ultimi anni. Voto 9. Agunda Kulaeva: si sforza di essere una Carmen sensuale, ma il primo acchito della sensualità sono i colori nel canto e purtroppo i suoi sono sbagliati. Voto 7. Ekaterina Bakanova: entra, canta e ammalia il pubblico che a fine recita le accorda un'ovazione a fior di decibel. Nessun errore, nessuna sbavatura come Micaela. In Traviata si muove in maniera più prudente pur prendendosi il rischio di eseguire la puntatura di tradizione con successo che le vale il merito della migliore. Voto 9,5.Irina Lungu: un'ottima Micaela, forse un po' poco partecipe per la frequentazione del ruolo che le fa porre meno attenzione su certi passaggi o certi fraseggi. Voto 8,5.Alida Berti: altro debutto areniano con piccoli pagamenti di dazio derivati dall'emozione. Rimane una Micaela dolce, delicata e dolente, vocalmente ineccepibile, ma non ritmicamente. Voto 8.Valeria Sepe: alla giovane e temperamentosa artista qualcuno dovrebbe spiegare che avere una voce importante non significa dover riversare sul pubblico, in un ruolo come quello di Micaela, un approccio più vicino alla Leonora di Forza e Trovatore. Sembra preoccupata di arrivare alle orecchie più che al cuore. Ne esce una Micaela oltremodo generica. Voto 6/7. Francesca Sassu: si gioca la sua partita secca e la vince. Per un debutto davanti ad una Arena gremitissima c'è da esserne soddisfatti. Voto 8,5.Jorge De León: inizia timido, ma col protrarsi dello spettacolo dimostra di essere un tenore di valore. Certo Josè potrebbe essere un ruolo limite, ma lo canta bene e con una certa proprietà di fraseggio. Voto 8.Dario Di Vietri: è durato il lampo di un temporale d'estate. Vince un concorso con il televoto, sale sul palcoscenico areniano ottenendo visibilità e inizia a cantare sempre a tavoletta. Voce presto erosa e completamente inadeguata. Forse un anno di sosta e di studio dovrebbero essere messi in cantiere. Voto 4.Carlo Ventre: che non abbia mai avuto una prima ottava benedetta lo si sapeva, ma se si mette a cantare come sa, la zampata dell'artista c'è sempre. E sia come Josè che Calaf dimostra al giovane precedente come si devono gestire 20 anni di carriera e non 24 mesi. Voto 9.Stefano Secco: sarebbe il tenore filologico voluto da Bizet. Che poi non sia la voce tradizionalmente areniana per Carmen, questo lo lasciamo ai professori. A noi è piaciuto come linea, come fraseggio, come intensità. Bravo. Voto 9. Mikheil Sheshaberidze: era in panchina, scalpitava come tutti i trentenni che sanno di poter dimostrare qualcosa. Quando iniziano le defezioni si fa trovare pronto. I ruoli di don Josè e di Radames gli si cuciono a pennello. Magari in qualche momento potrebbe cantare di più sulla messa di voce che sull'intensità, ma fra gli ultimi tenori giovani apparsi è sicuramente il più areniano. E dei 23 si bemolle di Aida non ne cicca uno. Voto 9.Dalibor Jenis: autorevole, presente, sonoro, moderatamente spaccone e con tutte le note in tasca. Voto 8,5. Gabriele Viviani: un Escamillo ottimo che guadagna mezzo punto per la "charmanterie". Un po' meno efficace come Germont, pur con lodevoli intenzioni e pronunciata signorilità di emissione Voto 8,5.Alexander Vinogradov: senza ombra di dubbio il migliore Escamillo che si sia visto e sentito in Arena, almeno nelle ultime 5 edizioni di Carmen. E che pasta di voce! Voto 9.Gianfranco Montresor, Nicolò Ceriani, Paolo Antognetti, Francesco Pittari, Gianluca Breda, Paolo Battaglia, Marcello Rosiello, Alessio Verna, Cristiano Olivieri, Federico Longhi, Giorgio Trucco, Antonello Ceron, Elena Borin, Elena Serra, Victor Garcia Sierra, Romano Dal Zovo, Madina Karbeli, Teona Dvali, Clarissa Leonardi, Alice Marini: sarebbe una ingiustizia fare delle distinzioni per un cast di seconde parti fra le migliori da tanti anni a questa parte. Voto 10.Xu Zhong: il direttore cinese ha sicuramente qualità ma anche qualche demerito. Le parti non prettamente canore sono risolte con grande interesse. Quelle in cui la buca doveva supportare il palcoscenico hanno evidenziato qualche scollamento che si è andato componendo nel corso delle recite. In Arena lo scotto del debutto lo pagano tutti. Voto 7,5. Julian Kovatschev: per uno che conosce il catino areniano e ha diretto Carmen molte volte, l'opera è una passeggiata. Avremmo gradito tempi un po' più stringati in Aida. Voto 8,5.AIDARomano Dal Zovo: buono il suo Re con vocalità presente e sonora. Voto 7,5.Gianluca Breda: la mette sul punto dei decibel e inevitabilmente alcuni suoni si slabbrano nel registro acuto diventando sgraziati e poco convincenti. Non raggiunge la sufficienza nemmeno come Ramphis. Voto 5,5.Ildiko Komlosi: rimane la grande presenza, ma il materiale vocale è in parte compromesso. Voto 5. Sanja Anastasia: sarebbe di grande interesse se qualcuno le insegnasse che immascherando la voce ne guadagnerebbe tutto il registro centro-grave. È comunque efficace e compresa scenicamente nel personaggio. Voto 8. Ekaterina Gubanova: voce lunga, tecnicamente bene organizzata, esperienza, appeal, musicalmente inappuntabile. C'è tutto, o quasi. Voto 9,5.Andrea Ulbrich: voce disomogenea, accentuatasi al punto di sentire cantare due e anche tre artiste nella stessa aria, per diversità del colore di voce. Voto 5.Hui He: un'artista che abbiamo apprezzato, lodato, incoraggiato. Forse ora sarebbe il caso di cancellare tutti gli impegni e di fermarsi sei mesi a studiare, specie se tra i prossimi impegni vi saranno Tosche e Butterfly che andrebbero a gravare sulle falle troppo evidenti in Verdi. Voto 5. Monica Zanettin: le accordiamo l'indisposizione per il giorno della sua recita che poi l'ha costretta a cancellare. Voto s.v.Nunzia Santodirocco: altro insert da "lascia e raddoppia". Propenderemmo per il "lascia". Voto 4,5.Susanna Branchini: l'affascinante soprano romano offre un'Aida nel solco della tradizione areniana. L'avremmo maggiormente apprezzata se non indugiasse quasi sistematicamente nel prendere le note "da sotto" cosa che le appesantisce il centro (già di suo rigoglioso) e le rende perigliosa la salita verso il do dei Cieli azzurri. Voto 8.Amarilli Nizza: Da 13 anni il soprano milanese porta in Arena la sua interpretazione di Aida e in tutto questo tempo ha saputo donare al pubblico serate magiche per la novità che introduce in un personaggio con lei mai scontato. Voto 9,5.Maria José Siri: non possiamo che dire ogni bene di questa artista che nel ruolo ben contende la palma della migliore alla Nizza. Non la raggiunge per una mancata comprensione del personaggio. Comunque avercene! Voto 9.Yusif Eyvazov: il signor Netrebko non ha una voce benedetta dal cielo, per il materiale grezzo, ma è potente, fraseggia con una certa proprietà, insomma un tenore che in Arena ha un suo perché. Voto 7,5. Walter Fraccaro: è spesso monocorde e non è un genio del fraseggio. Molti respiri vengono come vengono, ma di sicuro è una garanzia che risolve con spavalderia, sicurezza e talento. Voto 8.Stefano La Colla: in prima istanza si è rivelato largamente insufficiente. In appello si è poi riconfermato, fra acuti belati, note calanti, marchiano disinteresse per le indicazioni di regia. Voto 4. Rafal Siwek: ieratico quanto basta, non di pasta particolarmente brunita, di buon legato e tenuta scenica, perfettamente compreso nel ruolo. Voto 8.Sergey Artamonov: non ha bruniture bronzee, anonimo nella resa del personaggio. Si limita all'esecuzione del compitino. Anche in Trovatore non gli riesce quel salto in avanti. Forse era uno dei casi in cui fidarsi un po' di più degli italiani. Voto 5,5.Ambrogio Maestri: che la classe non sia acqua questo è acquisito in Maestri. Che poi con la classe non si possa sempre coprire tutto si è anche percepito e seppur meritevole per il materiale la prestazione globale non è eccellente. Voto 8.Alberto Mastromarino: che il ruolo gli sia chiaro, visto che lo ha debuttato nel 1988, lo si apprende dal cipiglio con cui si presenta al pubblico e, salvo qualche lieve appannamento, riesce a fornire un'ottima prestazione. Voto 8,5. Sebastian Catana: un'altra buona scelta sulla quale non abbiamo nulla da eccepire. Voto 8.Andrea Battistoni: dirige sempre con passione e con la volontà di ricercare. Talvolta dirige un po' narcisisticamente e allora lo spettacolo subisce una parziale frenata. Poi ricomincia a farsi guidare dalla Musa della musica e risolve anche cose pregevoli. Voto 8,5.o 

LE ALTRE OPERE. Due baritoni fuoriclasse nell'opera verdiana, come pure Dalibor Jenis
Rucinsky e Piazzola

«Trovatore» a pieni voti

Nella «Turandot» la migliore è la Liù di Donata D'Annunzio Lombardi. In «Traviata» palma d'oro a Demuro. Promosso anche il coro: 9,5

martedì 06-9- 2016 SPETTACOLI, p. 49 


TURANDOT Oksana Dyka: strillare non è la soluzione per il ruolo di Turandot. Nessun colore, nessuna espressione, nessun tentativo di caratterizzazione. Per fortuna Turandot non è Butterfly e l'effetto fallimento di alcuni anni fa si è risparmiato. Voto 6.Tiziana Caruso: la recita secca è un po' un "lascia o raddoppia". Si è apprezzato l'impegno e anche una certa vocalità. Turandot è però rimasta solo nei dischi o in qualche video recentemente riapprezzato a tarda notte su Raiuno. Voto 6,5.Carlo Cigni: vocalità chiara, aliena dalle bruniture che caratterizzano il suo ruolo. Andrebbe bene per i ruoli ibridi specie in Mozart: Timur e il Re in Arena richiedono sicuramente qualcosa di più: Voto 5,5.Elena Rossi: venendo da ruoli sicuramente di altro peso, la sua Liù rimane irrisolta. I filati ci sono, come gli acuti e il corretto fraseggio. Voto 6,5.Donata D'Annunzio Lombardi: Liù molto esperta che nonostante si appalesi un "soprano corto", sa come coprire alcune problematicità vocali. Ma non è ancora alla stregua delle Liù che questo teatro ha avuto. Voto 7.Andrea Battistoni: l'esecuzione è corretta ma non entusiasma...e in Arena è già gran cosa raggiungere la correttezza con l'esiguo numero di prove a disposizione. Voto 7.IL TROVATOREDaniel Oren: è il direttore di lungo corso che dell'Arena conosce ogni pericolo, ma anche ogni possibilità sonora che è la magia dell'anfiteatro. Sa quello che vuole il pubblico areniano che lo ripaga con grandi feste. Lavora di esperienza e vive sugli interessi di un capitale fatto di doti musicali che supererebbe di gran lunga quello di direttori molto più affermati di lui. Voto 9.Artur Rucinsky: ci sono prestazioni che non hanno bisogno di commenti. Ovviamente poi con Traviata è stata una passeggiata, un warm-up per tener calda la voce... Voto 10.Dalibor Jenis: in mezzo ai due leoni anche un animale di razza paga un po' di dazio. Voto 8.Simone Piazzola: un altro fuoriclasse nel ruolo, diverso dal primo, ma ugualmente appassionante. Voto 10.Hui He: davanti ad una artista che ha sempre dimostrato grande solidità, ci si chiede per quale ragione il suo entourage non le abbia consigliato di astenersi da questo scontro mortale con Il Trovatore. Voto 4.Violeta Urmana: e poi ci sono quegli artisti che hanno fatto della professionalità e della gestione della carriera il primo comandamento della loro attività. Rimane una delle migliori artiste in questo ruolo ascoltate. Voto 8,5.Marco Berti: organizzazione vocale pericolante, ascese acute forzate, costantemente fuori intonazione, imbarazzante nei cantabili, discutibile nel fraseggio, nemmeno la "pira" abbassata gli ha dato fiato. Voto 4.Murat Karahan: E' l'anno delle scoperte! E alla fine arriva anche "il turco in Italia", sconosciuto al grande mercato. Si fa una mese di panchina, si immola sull'altare delle prove, e inanella la recita della vita, compresa la "pira" in tono con puntatura stellare. Stupisce come sfoggia un recitativo ed un arioso da star acclarata. Voto 9.LA TRAVIATA Nino Machaidze: una bella Violetta, da rifinire, ma sicuramente meno affettata di quelle viste negli anni passati. Soffre giustamente il primo atto (lo soffrono tutte dal 1853), rende benissimo gli altri due. La presenza scenica fa il resto. Voto 8,5.Francesco Demuro: si fosse chiamato Alfredo Germont nessuno avrebbe gridato allo scandalo. Voto 9,5.Cristian Ricci: passione, volontà, voglia di vincere. Purtroppo il simpatico tenore di Montagnana ha evidenti limiti negli acuti che lo portano a forzare ogniqualvolta la tessitura sale. Voto 6.Jader Bignamini: ha offerto una delle più noiose letture di Traviata dei nostri oltre 65 anni di frequentazione areniana. Esecuzione narcisistica, lontana da Verdi anni luce e priva di alcun fascino. Voto 4.Fabio Mastrangelo: il subentrante direttore barese, adottato dalle steppe russe (e non solo), sa invece cosa sia Traviata, con una lettura che fa prendere vita alla storia, ravviva il dramma ed esalta i grandi momenti corali del primo atto e della seconda parte del secondo. Ha occhio attento al palcoscenico con cui è sempre in perfetta sintonia. Un vero direttore d'opera italiana. Voto 8,5.Coro: sarà la crisi, sarà l'orgoglio di una maglia che questo coro ha sempre sentito addosso, sarà il lavoro del maestro Vito Lombardi, resta il fatto che ha reagito splendidamente e ha dimostrato di essere fra le più belle realtà a livello internazionale. Voto 9,5.Orchestra: cambiare mano con frequenza mette seriamente alla prova un complesso numeroso come quello che in Arena siede in buca. Certo quando trova il direttore ispirato come Oren o Mastrangelo rende al meglio. Con quello con cui ha maggiore confidenza come Kovatschev o Battistoni, potrebbe anche andar da sola, quando arrivano i "nuovi" Zhong o Bignamini il dialogo diventa meno "cordiale". Voto 9.Allestimenti: tutte riprese, tutto già visto, nessuno scossone. Certo le cosiddette "zeffirellate" hanno il loro perché. Rappresentare quanto scritto nello storico allestimento del 1913 di Aida paga sempre, compresi gli inchini dei quattro splendidi cavalli bianchi e la piazza di Siviglia, con asini, cavalli, cani, capre...Peccato perché nemmeno dagli assistenti che hanno ripreso le produzioni si sia visto qualche accenno di nuova idea. Voto 7,5.
Gianni Villani

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