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mercoledì 21 settembre 2016

Rassegna Stampa - 21 settembre 2016

 mercoledì 21 settembre 2016



LA CRISI DELLA LIRICA.
Il presidente del Gruppo Calzedonia , sponsor della gara di idee per la copertura dell' Anfiteatro ,sostiene la proposta di Giuseppe Manni. E rilancia

«Arena, meno Stato. Il futuro è nel privato»

Sandro Veronesi: «La presenza del pubblico negli enti culturali è antistorica. Molti imprenditori sono subito pronti ad investire»

La Fondazione Arena? «Il futuro va nel segno della privatizzazione: ostinarsi a lasciare la cultura nelle mani dello Stato è antistorico. E pensare che ci sarebbero diversi imprenditori interessati ad investire». Non usa eufemismi Sandro Veronesi, patron del Gruppo Calzedonia, intervenendo nel dibattito sul futuro della lirica, che da mesi tiene banco in città dopo l'arrivo in riva all'Adige del commissario Carlo Fuortes. L'ultimo intervento in proposito solo l'altro ieri da parte di un "collega" imprenditore, Giuseppe Manni, presidente del Gruppo Manni Hp, che insieme con gli avvocati Lamberto Lambertini e Giovanni Maccagnani ha elaborato uno schema societario per una nuova fondazione che gestisca l'Arena. L'unico modo per uscire dalla crisi in cui versa l'ente lirico e dare il via al rilancio, aveva detto l'imprenditore tornando sull'ipotesi di Arena Lirica spa, la società di gestione della stagione estiva da lui proposta, è l'intervento privato e degli sponsor.Veronesi, che non ha mai nascosto di essere fautore dell'intervento privato, si pone sulla stessa lunghezza d'onda e va oltre: «Serve una privatizzazione vera, a tutti gli effetti. Non mascherata, come accade in Italia, con lo zampino degli enti locali. Anzi, fosse per me a parte la scuola, la sanità e la giustizia, vedrei bene l'intervento privato in tutti i settori».Il punto di vista imprenditoriale, insomma, appare chiaro: perché non considerare lo spettacolo alla stregua delle altre attività economiche da cui trarre benefici ed utili? Per gli sponsor, certo, ma soprattutto per la città, come avviene già con successo all'estero.Peccato che l'intervento privato nel settore culturale, in Italia, sia invece spesso vissuto come un tabù. Quando non apertamente come un'ingerenza. Perché?Secondo Veronesi il problema è politico. «I politici non si rassegnano a mollare il potere e i sindacati vanno con loro a braccetto», rincara il presidente del Gruppo Calzedonia. «Che sull'economia pesi la longa manus dello Stato è anacronistico: aeroporto, utilities, tutto dovrebbe essere gestito dal privato».Veronesi, intanto, lo zampino nel panorama culturale della città, in qualche modo, l'ha già messo. Risale a un anno fa la notizia che l'imprenditore ha finanziato con 100mila euro il bando internazionale per il concorso di idee per la copertura dell'anfiteatro Arena. Una mossa che, anche allora, scatenò la levata di scudi dei "puristi" dell'arte antica, mentre la città si divise sull'opportunità che un privato si interessasse all'argomento.Un anno dopo, a quel bando hanno risposto in oltre 80 tra architetti e ingegneri. Italiani, come dal resto del mondo. Un successo, insomma, almeno stando ai numeri.«E' significativo che anche dall'estero si appassionino alle sorti dell'anfiteatro», commenta Veronesi, che ancora non ha avuto modo di visionare i progetti, attesi dal giudizio di una commissione istituita ad hoc. «Del resto l'obiettivo è raccogliere belle idee, non importa da dove provengano».Che dopo aver pensato alla copertura del monumento, l'ideatore della «moda democratica» (quella made in Italy, di qualità, ma dai prezzi accessibili) abbia in mente di entrare nell'Arena (intesa come Fondazione) stavolta da protagonista?«Per ora faccio altro. In futuro, chissà. Ma ripeto: nell'ambiente che frequento c'è già chi sarebbe subito pronto ad investire».

Elisa Pasetto

LO SCENARIO. Il commissario ha depositato al ministero il piano. Altolà di Agsm: «Nostri aiuti non scontati»

Conto alla rovescia per il dopo Fuortes
Il governo insiste sulle fondazioni

Si attende il via libera ai fondi Bray prima di ipotizzare scelte private Roma non fa retromarcia

Fondazione Arena, è conto alla rovescia per il dopo commissario Fuortes. Ma di fronte c'è un bivio. Legato anche ai contributi pubblici. Avanti come è stata strutturata sinora, con soci Stato, Comune, Camera di Commercio, Regione? Magari riveduta sulla base di una nuova legge sulle fondazioni liriche che potrebbe ridefinire gli spazi di manovra di privati? O dare spazio a una gestione interamente privatistica, per il solo festival estivo in Arena, con contratti a termine, secondo il modello Arena Lirica Spa proposto dall'imprenditore Giuseppe Manni e dagli avvocati Lamberto Lambertini e Giovanni Maccagnani?Qualsiasi risposta necessita di una premessa. Il commissario straordinario della Fondazione Arena Carlo Fuortes ha già depositato al ministero dei Beni culturali e al commissario che segue le fondazione lirico-sinfoniche in crisi, il piano di risanamento dell'ente scaligero. Ciò per accedere ai contributi della legge Bray, rifinanziata dal Governo. Ai fondi puntano tre quarti della fondazioni italiane. Piano in sintesi: due mesi di inattività, per Verona (quindi risparmio di 4 milioni, il 13% degli stipendi dei circa trecento dipendenti fissi) e taglio del corpo di ballo, formato da 22 membri.Ora: se il piano approvato - come probabile visto che è stato il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini a nominare Fuortes evitando la soluzione della messa in liquidazione dell'ente, proposta dal sindaco ed ex presidente Flavio Tosi e dal precedente Consiglio di indirizzo - la Fondazione resterebbe in piedi. Anche se è intenzione del Governo aprire una riflessione per aggiornare la legislazione sulle fondazioni lirico-sinfoniche, rispetto alla legge Veltroni, che dagli enti lirici solo statali creò appunto le fondazioni, con apporto di altri enti pubblici e privati. Oggi esse sono quasi tutte in grande sofferenza economica. Come cambiare? Aumentando l'apporto di privati. Ciò per rendere il rapporto fra pubblico e privato più produttivo per le fondazioni.L'altra soluzione, più drastica, potrebbe essere quella di Manni, Lambertini e Maccagnani, ribadita nei giorni scorsi da Manni, quindi maggiore spazio a privati e sponsor, gestione snella, solo stagione estiva, anzitutto per rimettere a posto i conti in tre anni. Proposta già sottoposta al ministero. Potrebbe, questo tipo di soluzione - estendibile ad altre fondazioni - essere presa in considerazione? E magari potrebbe confluire, almeno come modello-proposta, dentro la legge di revisione delle fondazioni? Questa è una scelta politica che - olre al Comune o alla Camera di Commercio - dovrà compiere anzitutto il Governo. Il quale - e restiamo al caso Verona - non è intenzionato a far fallire la Fondazione Arena, perché diversamente lo avrebbe già fatto. Quindi, si dovrà attendere il dopo piano Bray. Dopo di che Fuortes avrà esaurito il suo incarico. Anche se tanti invocano una gestione commissariale dell'ente lirico fino alle elezioni amministrative 2017. Intanto, l'Agsm, che ha previsto 7,5 milioni di contributo in tre anni alla Fondazione Arena, mette a rischio le erogazioni. «Con questa somma l'Agsm chiede maggiore visibilità, ma soprattutto una organizzazione di eventi collaterali alla stagione lirica che possa attrarre sponsor», dice il presidente Fabio Venturi. «Ma dovrebbe essere la struttura della Fondazione che li organizza, non noi. Insomma, non è scontato, il nostro appoggio. Mi vedrò con il direttore operativo Francesca Tartarotti, per chiarire una situazione che, comunque, è recuperabile».

Enrico Giardini





Veronesi: «I politici mi criticano perché vogliono tenersi il potere»

Il patron di Calzedonia risponde a muso duro sulla Fondazione Arena
A Dossobuono show per Tezenis: «Voglio crescere di più all’estero»

mercoledì 21 settembre 2016

VILLAFRANCA Si parte da lontano. «Perché in Italia l’iniziativa dei privati è letta spesso come ingerenza? Perché i politici non vogliono mollare il potere. Ci mangiano, ci vivono, ci stanno dentro. E i sindacati vanno a braccetto». E si arriva qui. «Speranze sul futuro della Fondazione Arena? Se i politici molleranno, ma non credo succederà, qualche privato interessato a prenderla in mano, e a investire, c’è».
Sede di Calzedonia, a Dossobuono di Villafranca, tardo pomeriggio di ieri. C’è il pienone per la presentazione della nuova collezione autunno-inverno del marchio Tezenis. E c’è un Sandro Veronesi, fondatore e proprietario di Calzedonia, che ha letto le reazioni politiche alla sua intervista di una settimana fa, quando disse che «la Fondazione Arena andrebbe privatizzata al 100 per cento». L’imprenditore veronese, da anni tra i principali sponsor areniani, finanziatore di quel concorso d’idee per la copertura dell’Arena che ha portato sul tavolo 81 progetti, si ritaglia un po’ di tempo per commentare i commenti.
Al segretario del Pd cittadino, Orietta Salemi, secondo cui «una Fondazione Arena al 100 per cento privata sarebbe un azzardo», anche perché «non si può escludere un ruolo di responsabilità politica nel Pubblico», Veronesi replica che «il Pd, nella sua filosofia, concepisce lo Stato nell’economia, io invece lo concepisco fuori, ed è normale sia così».
A Vincenzo D’Arienzo, che del Pd è deputato e si domandava «cosa impedisca agli imprenditori veronesi di creare una fondazione completamente privata per fare lirica o sviluppare la cultura», Veronesi dice che sì, «D’Arienzo ha ragione», perché «fare spettacolo è un lavoro come un altro», ma «non deve farlo lo Stato: gli enti lirici sono una cosa anti-storica, seguendo quella logica dovremmo fare l’ente del rock italiano e di tutti gli altri generi?».
E poi il segretario provinciale della Lega, Paolo Paternoster, quello che «se analizziamo la fattibilità del progetto-privatizzazione da un punto di vista pratico, possiamo dire fin da ora che è impossibile, perché ci sarebbero problemi insormontabili, dall’uso dell’Arena alla proprietà delle scenografie, dalla gestione dei contratti di lavoro ai magazzini». Posizione, quella di Paternoster, che fa dire a Veronesi: «Un altro politico. Che dice una cosa ma ne pensa un’altra».
Il concetto, per Veronesi, è quello lì: «Tutto quel che è economia va privatizzato: aeroporti, utilities, quelle aziende municipalizzate che sono ottomila, in Italia, e rappresentano una longa manus dello Stato». E dunque: una politica fuori dalla Fondazione Arena, Veronesi pensa a questo tipo d’orizzonte, perché «l’Arena è un patrimonio, bisogna farlo fruttare e di privati interessati a investire ce ne sono».

Lui, nel frattempo, ricorda di avere già la propria agenda aziendale. Vedi Calzedonia e le prospettive di Tezenis, marchio che trova spinta in quei negozi dei mercati esteri «in crescita dell’8 per cento», il che rimanda al desiderio di «fare di Tezenis una catena veramente internazionale, colmando il gap con la perfomance in Italia, ch’è superiore del 30-40 per cento rispetto a quella straniera». La novità lanciata ieri, allora, durante il Tezenis Show, è quella della prima capsule (linea a tema) di Calzedonia ideata da una celebrità, la stella della musica pop Rita Ora, ieri grande ospite fotografatissima, studiando linea e disegni qui, a Verona. «Ero già stata testimonial della collezione autunno-inverno 2015/16 e ambasciatrice della Summer 2016, per Tezenis - dice lei - Ho amato da subito l’energia che si respira qui, l’attenzione alle tendenze, lo spirito libero, la giovane età delle persone con cui ho collaborato e l’inconfondibile stile italiano. L’ispirazione di questa capsule è la musica e l’ambiente dei club più esclusivi e cool del pianeta. I capi che ho creato sono quelli che io stessa indosserei per un concerto o un evento, e che chiunque dovrebbe avere».

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