Post più popolari ultima settimana

venerdì 12 agosto 2016

Nuove regole per le Fondazioni Liriche: "Temporale in vista per l'opera?" - da OperaClick


LE NUOVE REGOLE, ANCORA NON SCRITTE, ENTRERANNO IN VIGORE ALLA FINE DEL 2018

Temporale in vista per l'opera?


“La bellezza salverà il mondo, salvate la bellezza”, proporrei come nuovo motto al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (Mibact). Oppure, in alternativa: “L'arte è una cosa bella, cercate di farla senza i soldi dello stato”. Questi slogan non servirebbero ad accaparrarsi voti, ma a descrivere veridicamente l'approccio all'arte e alla cultura adottato fino a questo momento dal governo e dal ministero guidato da Dario Franceschini. Un approccio simile a quello tenuto sulla scuola: tante belle parole – addirittura la creazione di un gruppo interparlamentare “Per la musica” guidato dalla senatrice Dem Elena Ferrara – seguite da scarsi investimenti e da leggi che attuano il disimpegno dello stato, gradualmente e fischiettando con nonchalance, con la prospettiva di integrarvi i privati.

Al ministero sanno come fare. Non è più il tempo degli sgradevoli eccessi cui abbiamo assistito negli anni della premiata ditta Berlusconi & Co. con i celebri “rubinetti da chiudere” nei deliri di Brunetta da Gubbio. Lo stile è assai più soft: non si sono letti tweet sulla bacheca di Franceschini, in settimana, né Renzi ha accennato alla cosa, nella sua mail settimanale agli iscritti del Partito Democratico. In tacita fretta, è stato tutto infilato in un emendamento (Art. 24, inserito nel Capo V, “Misure urgentiper il patrimonio e le attività culturali”) al decreto legge sugli enti locali (il n. 2495), approvato con voto di fiducia. I quotidiani generalisti si sono ben guardati dal dare risalto alla cosa. Et voilà, il piatto è in tavola.

Ora le fondazioni lirico-sinfoniche, per mantenere tale status e non essere declassate a teatri lirico-sinfonici, con conseguente perdita di diritti su una bella fetta di finanziamento pubblico, dovranno essere valutate in base ad alcuni parametri (il termine è fissato per il 31 dicembre 2018). L'emendamento è abbastanza generico e rimanda a un secondo momento non solo la “definizione delle modalità” attraverso cui accertare il possesso dei requisiti, ma addirittura la stessa “individuazione dei requisiti”, premendo in modo deciso solo sulla necessità da parte delle attuali fondazioni di tendere al pareggio di bilancio.

Per non rimanere troppo sul vago, comunque, nel documento si specifica che tra i requisiti sono previsti: la “dimostrazione del raggiungimento dell'equilibrio economico-finanziario”, la “capacità di autofinanziamento e di reperimento di risorse private”, la “realizzazione di un numero adeguato di produzioni e coproduzioni”, il “livello di internazionalizzazione” e “la specificità nella storia e nella cultura operistica e sinfonica italiana”. Per ottenere una simile messe di risultati, ovviamente bisognerà individuare i “modelli organizzativi e gestionali efficaci, idonei a garantire la stabilità economico-finanziaria”, mentre per valutare la specificità storica non è dato sapere a quali criteri si farà riferimento.

Le fondazioni liriche, al momento, sono dodici più due. L'elenco completo si trova sul sito dell'associazione che le rappresenta, l'Anfols, presieduta da Cristiano Chiarot. Cosa accadrà alle attuali fondazioni che non dovessero farcela a rientrare nella parte di lavagna con su scritto “buoni”? Su questo, l'emendamento ha le idee molto chiare: riduzione delle attività, chiusura temporanea o stagionale; modifiche contrattuali, per esempio con la trasformazione da tempo pieno a tempo parziale; non riconoscimento di contributi, premi di risultato e altri trattamenti di secondo livello al personale (con la gradevole precisazione “anche direttivo”); riduzione del 50 % dei fondi per le missioni all'estero (tournée, ospitate et similia).

Insomma, per i “buoni” i soldi dovranno arrivare sempre più dai privati, dalle vendite dei biglietti, dei diritti e dei gadget, oltre che da una gestione virtuosa del bilancio, per i “cattivi” il Mibact taglierà direttamente i fondi senza troppi giri di parole.

Come hanno reagito, finora, le fondazioni riunite nell'Anfols? Dopo un primo comunicato del 29 luglio abbastanza pacifico, non avendo avuto contatti diretti con Franceschini prima dell'approvazione definitiva al senato, il 2 agosto i sovrintendenti hanno alzato un pochino la voce. Giusto un pochino, però, dal momento che si sono limitati a “sottolineare la propria attenzione nei confronti del provvedimento” e ad auspicare “un prossimo incontro con il ministro Franceschini al fine di individuare un percorso che veda l’Anfols primario interlocutore nella fase di scrittura dei regolamenti”. L'obiettivo dichiarato è quello di “far sì che tutte le Fondazioni lirico sinfoniche possano essere in grado di rientrare in quei parametri previsti dalla legge al fine di continuare a tutelare uno straordinario patrimonio identitario del nostro Paese”. Ci riusciranno? Forse no.

Al momento prevale un certo ottimismo. Soprattutto in alcuni ambienti ci si considera in una botte di ferro: a parte le “speciali” Scala e Accademia di Santa Cecilia, a Venezia o a Torino difficilmente si sentiranno sotto attacco, visti i numeri delle ultime stagioni; è normale, dunque, che cerchino la collaborazione e la mediazione, anche perché la riforma in vista non è l'unica questione sul piatto: i numeri, per esempio, vanno sempre tenuti sotto controllo, dato il perenne problema della ricerca di pubblico, in un paese che ha raffinato per il mondo questa forma d'arte, ma che non ritiene importante far studiare musica a scuola; inoltre, varie cause pendenti rischiano di causare un piccolo terremoto nei bilanci di alcuni teatri.

In altri teatri, però, non tira un'aria tranquillissima: a Bari è appena fallito il tentativo di sovrintendente esterno, lo scrittore Carofiglio, e le cause pendenti non fanno presagire nulla di semplice; a Cagliari la situazione è stata ripresa per i capelli (inizialmente non erano previsti spettacoli in cartellone, per il 2016) e le lotte interne tra lavoratori, dirigenza attuale e dirigenze passate si alimentano ora col fuoco della riforma in arrivo; a Verona la situazione è criticissima, dato che Fuortes, spedito come sovrintendente in zona-Cesarini da Roma, ha già fatto capire che difficilmente rimarrà a lungo e ancora non si sa bene quali saranno i prossimi vertici e come verrà organizzata la prossima stagione; il Teatro dell'Opera di Roma è andato bene, nelle ultime stagioni e dopo la guerra interna con minaccia di licenziamento dell'intera orchestra, ma una non mai troppo ben precisata e minacciosa massa di debiti grava ancora sul collo dell'ex-Costanzi. Tutto ciò nei teatri principali. In altri luoghi che godono meno del favore della cronaca, la soppressione di stagioni musicali faticosamente riportate in vita da eroi solitari passa spesso del tuttoinosservata.

A chi ha vissuto la tragedia dei tagli alle università in diretta, questa sembra una riproposizione tout-court della stessa situazione: l'Anvur, all'epoca, si comportò esattamente come sta facendo l'Anfols. Tutti erano sicuri che si trattasse di un bluff, di un modo per rimettere tutti in riga con gli sprechi. Solo anni dopo, quando l'effetto dei tagli realmente condotti è stato misurabile nei disagi e nei problemi degli atenei, i rettori e i docenti si sono resi conto di quanto gli studenti avessero avuto ragione nel protestare rabbiosamente. Adesso, i vertici dei teatri si sentono tranquilli e pensano che chi grida alla “morte delle lirica” sia ancora una volta l'esagitato melodrammatico di turno: da amanti dell'opera speriamo davvero che, tra qualche anno, anche loro non debbano rendersi conto di come ascoltare Cassandra, talvolta, possa far bene alla salute.

Nessun commento:

Posta un commento