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giovedì 4 agosto 2016

Rassegna Stampa - 3 agosto 2016



La riforma spinge l’Arena in «serie B»
E il commissario taglia debiti e ballerini
Il piano di Fuortes ai sindacati, in attesa del «terremoto» del decreto sulle fondazioni liriche

3 agosto 2016

VERONA Risparmi sul personale per 3,5 milioni di euro l’anno, con l’interruzione per due mesi dell’attività, il massiccio ricorso a prepensionamenti e la chiusura del corpo di ballo; il saldo - solo a metà - della montagna di debiti scaduti con i fornitori. Questi i contenuti principali della versione definitiva del piano di risanamento per la Fondazione Arena, che il commissario straordinario Carlo Fuortes ha inviato ieri ai sindacati. L’approvazione del piano è la condizione per ottenere accedere al fondo di rotazione della legge Bray sulle fondazioni liriche in dissesto, dieci milioni di euro da restituire in 30 anni. Ma, in un contesto più ampio, sono tutti da valutare gli effetti del decreto «omnibus» dal governo, approvato ieri in via definitiva dal Senato, che apre la strada al declassamento della maggior parte delle fondazioni liriche italiane, Arena compresa, in «teatri lirici sinfonici»: una serie B, rispetto alla serie A dove dovrebbero giocare solo Scala di Milano e Santa Cecilia di Roma, con una consistente riduzione dei contributi del Fus (fondo unico dello spettacolo) e, di conseguenza, delle attività.

Questo scenario viene già anticipato per l’Arena dal piano di Fuortes, visto che i risparmi principali arrivano dalla chiusura di due mesi della fondazione (ottobre e novembre) con conseguente riduzione degli stipendi per 2,4 milioni di euro. Un altro milione abbondante dovrebbe essere risparmiato grazie al prepensionamento di una trentina di lavoratori, mentre dalla chiusura definitiva - messa nero su bianco, per la prima volta - del corpo di ballo dovrebbero saltar fuori altri 300mila euro, al netto degli incentivi all’esodo per i 24 ballerini coinvolti (più gli otto da stabilizzare dopo la sentenza del giudice ma già in pensione). Nella giornata di domani, si terrà un’assemblea del corpo di ballo, che - vista la sentenza di morte contenuta nel piano - si preannuncia infuocata. Venerdì, invece, l’assemblea coinvolgerà l’intero teatro. Il piano, a una prima lettura, pare non trovare immediata risposta al saldo totale dei debiti con i fornitori, che hanno raggiunto la quota ragguardevole di 15 milioni di euro (di cui 2,6 milioni di euro verso gli artisti) dopo che , nel corso del 2015, la banche hanno progressivamente chiuso i rubinetti (l’esposizione verso le banche è calata dai 16,3 milioni del 2014 agli 8 del 2015). Viene previsto di saldarne solo una metà per adesso, grazie ai contributi straordinari della legge Bray, mentre rimane una quota residua di 7,5 milioni di euro.

Fuortes aveva annunciato che si sarebbero chiesti dei sacrifici ai fornitori. E non saranno sacrifici da poco. Quanto all’indebitamento complessivo della fondazione Arena, che oggi raggiunge il picco di 28,5 milioni di euro e - quel che è peggio - interamente da rimborsare a breve termine, la previsione è una sua stabilizzazione nel corso dei prossimi tre anni, ma con una quota crescente di debiti a lungo termine, che consentano quindi alla fondazione di respirare un po’. L’orizzonte del piano di Fuortes è il 31 dicembre 2018, lo stesso termine entro cui il governo dovrà approntare un decreto per stabilire quali saranno i criteri affinché le quattordici fondazioni liriche italiane possano mantenere il loro status (godendo quindi dei fondi statali del Fus) o, altrimenti, declassate a teatri lirici. Secondo le prime prese di posizioni dei sindacati, i criteri individuati sono così stringenti che solo un paio di fondazioni, Milano e Roma, potrebbero ambire alla «serie A».

Un terremoto in arrivo, secondo Possibile, il partito che fa riferimento a Pippo Civati: «Questa riforma della Lirica ha lo stesso senso di dire alla Fontana di Trevi “se non sei in grado di pagarti l’acqua e le spese di manutenzione da sola ti demolisco e ci faccio un parcheggio ». Da segnalare, infine, che negli scorsi giorni, diversi parlamentari veronesi di Pd, Lega e Movimento Cinque Stelle hanno chiesto di confermare il mandato al commissario Fuortes fino alle prossime elezioni amministrative. «Un bell’esempio di strumentalizzazione politica di una situazione di crisi che riguarda non solo l’Arena di Verona ma tutte le Fondazioni lirico/sinfoniche italiane», replica il deputato tosiano Matteo Bragantini. Certo è che, da quanto ha assunto l’incarico (a titolo gratuito) di commissario lo scorso aprile, Fuortes si è fatto vedere a Verona solamente tre volte.






«Fuortes, non vada via.
Deve risanare a fondo l'Arena»


3 agosto 2016

"Fuortes resti, e faccia chiarezza fino in fondo": lo chiede Michele Bertucco, capogruppo comunale Pd Verona. "La proroga dell’incarico del Commissario Fuortes almeno fino alle prossime elezioni amministrative è una richiesta che anche noi facciamo da tempo", dice Bertucco. "Ben venga dunque l’appello bipartisan dei parlamentari veronesi. In questo momento è di fondamentale importanza dare continuità al percorso di risanamento avviato dal Commissario e al prosieguo del confronto che questi è stato in grado di ricucire con i lavoratori e le organizzazioni sindacali. Pertanto è assolutamente indispensabile che quanti si sono resi responsabili dell’aver portato la Fondazione Arena ad un passo dal burrone continuino a rimanere a distanza di sicurezza dalla sala dei bottoni, tanto più che il sindaco - afferma ancora il capogruppo del Pd veronese - è responsabile numero 1 del disastro pre-commissariamento e aveva già ventilato la possibilità di un ritorno alla Sovrintendenza di Girondini, responsabile numero 2".


Bertucco aggiunge poi: "Al commissario andrebbe richiesto un ulteriore passo in avanti nella direzione di eliminare le zavorre che hanno affossato la Fondazione Arena sotto il profilo dei conti ma anche dell'appannamento del suo buon nome e del suo prestigio, con riferimento particolare al Museo Amo, ad Arena Extra, che continua ad essere un oggetto misterioso, e all'organigramma dei dirigenti della Fondazione. Vale infatti ricordare che, finora, i sacrifici per uscire dalla crisi sono stati messi tutti sul conto dei lavoratori.


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