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sabato 2 luglio 2016

Fondazione Arena, è l'attacco la miglior difesa - da Verona-in

Fondazione Arena,
è l'attacco la miglior difesa


CGIL, CISL, UIL, CISAL hanno scritto 3 lettere: al Rettore dell’Università di Verona Nicola Sartor, al Commissario straordinario Carlo Fuortes e al ministro Dario Franceschini per allontanare lo spettro dell’iniziativa privata con cui Lambertini, Maccagnani e Manni hanno proposto di risolvere la crisi della Fondazione Arena. Ma davvero si tratta di percorsi incompatibili? Dalla protesta al governo responsabile delle risorse.
1 luglio 2016

Giovedì 30 giugno i sindacati che si occupano della crisi alla Fondazione Arena hanno spedito tre lettere. Delle tre la più intrigante è sicuramente quella indirizzata al Rettore dell’Università di Verona Nicola Sartor. L’ateneo scaligero è infatti coinvolto nel progetto di risanamento dell’Ente proposto dagli avvocati Lamberto Lambertini e Giovanni Maccagnani insieme all’imprenditore Giuseppe Manni, la cui novità sta nella creazione di una società commerciale per la gestione del marchio Arena: «I contributi pubblici continueranno ad avere importanza – hanno scritto i tre in una lettera aperta alla città – ma dovrà essere la forza dell’iniziativa privata a trascinare la nuova e proficua gestione».

Da quanto trapela, all’Università una commissione diretta da Claudio Baccarani, professore ordinario di Economia aziendale, sarebbe già al lavoro per fornire elementi utili al progetto di valorizzazione del marchio Arena sul mercato internazionale e per valutare la ricaduta economica del festival lirico nel contesto veronese, come richiesto dai tre illustri committenti.

Nella loro lettera i sindacati (CGIL-SLC, FISTeL-CISL, UILcom-UIL, FIALS-CISAL), preoccupati per l’ingresso dei privati nella gestione della lirica, chiedono un incontro chiarificatore con il Rettore, ricordandogli che per verificare il bacino di utenza del festival la Fondazione Arena basta e avanza, mentre tra le righe si legge anche un esplicito invito a mantenere ogni collaborazione sul piano strettamente culturale. Le organizzazioni sindacali ricordano inoltre a Sartor che è già stato intrapreso un percorso al fine di utilizzare gli strumenti pubblici, con riferimento alla Legge 112/2013 (Legge Bray) per il risanamento e rilancio della produzione musicale e della stessa economia del territorio veronese. Insomma, un altolà abbastanza esplicito.

La cosa si fa intrigante perché tra la proposta di Lambertini, Maccagnani e Manni, che risale a fine febbraio 2016, e l’atteso esito dello studio affidato all’Università si inserisce ad aprile il mandato al Commissario Carlo Fuortes che, come ricordano i lavoratori attraverso le loro sigle sindacali, ha già mosso con successo i primi passi per usufruire dei vantaggi connessi alla Legge Bray. Sono in qualche modo compatibili il percorso del Commissario con quello suggerito da Lambertini, Maccagnani e Manni e lo studio avviato dall’Università?

La seconda lettera i sindacati l’hanno spedita al ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini, per chiedergli un incontro al fine di suggerirgli “criteri utili e indispensabili per una prossima struttura di direzione e gestione della Fondazione”; la terza è per il Commissario Fuortes e il direttore operativo della Fondazione Arena Francesca Tartarotti, dove si capisce che lo scopo è quello di ottenere dai due dichiarazioni pubbliche a sostegno della strada intrapresa, contro quelle che vengono definite le ”minacce della privatizzazione”, nel tentativo di rendere incompatibili i due percorsi.

Leggendo le tre lettere si nota la comprensibile diffidenza dei rappresentanti dei lavoratori nei confronti di chi fino a oggi ha gestito l’ex ente lirico portandolo al collasso, mettendo a rischio i posti di lavoro; ma anche il tentativo di piegare i vari soggetti che si muovono sulla scena della crisi a logiche che non appartengono ai loro ruoli e mandati, al fine di scongiurare la minaccia dell’ingresso dei privati, visto come un male assoluto.

Ma non sarà un approccio fatto di steccati a risolvere i problemi della Fondazione Arena. I lavoratori dovrebbero invece iniziare a considerare privati e Università risorse da governare e con cui confrontarsi anziché nemici da abbattere. Il problema non è di escludere, ma di includere in un disegno intelligente che ha bisogno dell’apporto di tutti. Le energie, comprese le forme di protesta, dovrebbero essere spese per chiedere di entrare con piena dignità nei processi di valutazione e decisione, per costruire un modello efficiente, assumendosi anche tutte le responsabilità di un orizzonte più ampio.

Come si può infatti pensare che il Commissario Fuortes, definito il Re Mida della Cultura, o chi verrà dopo di lui, ma anche il ministro Franceschini o la stessa città ignorino le risorse che privati e Università potrebbero mettere a disposizione in un percorso compatibile con l’applicazione della legge Bray e che vada oltre l’Art Bonus? Perché mai dovrebbero farlo? E a vantaggio di chi poi.

Giorgio Montolli



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