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giovedì 14 luglio 2016

"Arena dopo Fuortes? Meglio cercare all'estero" - intervista al Segretario FIALS Dario Carbone da VVOX.IT


«Arena dopo Fuortes?
Meglio cercare all’estero»

Il violinista Carbone, segretario del sindacato "duro e puro" Fials: «l'accordo col commissario é migliorativo.
La Tartarotti? Non ha le idee chiare»

14 luglio 2016

È violinista nell’orchestra dell’Arena dal 1988, attualmente sezione dei primi, e si occupa di sindacato da molto tempo. Nel 2001 diventa segretario della Fials, la sigla degli autonomi, e mantiene l’incarico fino al 2013 quando decide di fare un parziale passo indietro per un paio d’anni, restando vice. Torna in prima fila nello scorso ottobre, nuovamente eletto alla segreteria. Giorni subito molto complicati, per Dario Carbone: tempo un mese e a metà novembre, con l’occupazione della Sovrintendenza causata dalla disdetta del contratto integrativo, esplode la durissima vertenza dei dipendenti della Fondazione Arena.

La Fials è una delle quattro organizzazioni presenti in Fondazione Arena, con un buon numero di aderenti specialmente fra gli orchestrali e i coristi. Non è tuttavia maggioritaria. E soprattutto, è minoritaria ai primi dello scorso aprile, quando va in scena il referendum sul durissimo piano di risanamento messo a punto da Tosi e Girondini con il nuovo direttore operativo Francesca Tartarotti. Gli altri tre sindacati, fin da subito la Cisl, poi con qualche distinguo anche la Cgil e la Uil, hanno infatti dato il via libera. La Fials rimane sola nel suo no. Senza sfumature e senza compromessi. La strada sembra ormai presa, ma quando finisce la conta dei voti, la sorpresa è clamorosa: i dipendenti bocciano l’ipotesi di accordo, sia pure con un margine strettissimo, due voti.

Sono passati poco più di tre mesi, sembra molto di più. Nel giro di un paio di settimana saltano sovrintendente e consiglio d’indirizzo. Da Roma arriva il commissario straordinario Carlo Fuortes, riparte la trattativa e a 15 giorni dalla scadenza dei termini arriva il sì dei sindacato a un nuovo piano di risanamento. L’accesso ai finanziamenti garantiti dalla Legge Bray, prorogata proprio per dare una mano all’Arena, è ormai un percorso in discesa. Il festival estivo decolla, e i primi dati su pubblico e incassi sono positivi.

Carbone, che cosa ha pensato dopo l’esito traumatico del referendum di aprile?
È stato un momento drammatico. Confesso che il risultato mi ha sorpreso: avevamo fatto un paio di assemblee, niente di più. La nostra posizione si è chiaramente incrociata con la voglia di tanti dipendenti areniani di dare una spallata alla gestione che aveva portato la Fondazione in quella situazione. In quei giorni ho pensato che per il sindacato era comunque una sconfitta, anche alla luce dei numeri del risultato che sancivano una sostanziale spaccatura. Però non ho perso la fiducia. E infatti quello che è accaduto dopo mi ha dato ragione.

Ma come: il piano Fuortes da più parti è considerato più duro del precedente. Il sindaco Tosi – del quale la Fials è la “bestia nera” sindacale – non cessa di sottolineare la vostra presunta responsabilità nel peggioramento…
Al contrario, l’accordo siglato con Fuortes è migliorativo, rispetto al precedente. Ci concede più garanzie, congela l’integrativo fino a novembre – poi ne andremo a discutere un altro, “spalma” i sacrifici e li rende meno onerosi, anche perché è passata la nostra proposta relativa al Fondo Integrativo salariale.

Colpisce il part-time verticale, di fatto due mesi di vera e propria “serrata”, caso unico in Italia. Non c’era alternativa?
Il blocco di 52 giornate lavorative è allo stato il nostro sacrificio maggiore. E due mesi di silenzio sono pesanti. Ma contiamo che dall’anno prossimo anche questo part-time possa venire distribuito in maniera più modulata fra primavera e autunno, in modo da incidere meno sulla programmazione.

A conti fatti, quanto ci perde ciascun dipendente?
La riduzione è di circa il 15 per cento, in parte ristorata dal citato Fondo Integrativo. Per un orchestrale come me, in Arena dal 1988, vuole dire passare da 2.300 euro netti al mese per 12 mesi a circa 1.900.

Già che parliamo di soldi: la polemica s’incendia facilmente su certe voci del vostro stipendio, su indennità considerate assurde, come quella per suonare all’aperto o per cantare in lingue straniere… Lei che ne pensa?
Intanto, quando si discute bisognerebbe sempre tenere presente che tali voci sono comunque sempre frutti di accordi bilaterali, nessuno le ha strappate a nessuno. Poi bisogna distinguere. Al giorno d’oggi l’indennità lingue straniere è fuori luogo, ma vorrei invitare chi discute su quella per suonare all’aperto a provare per capire che non è così campata in aria. Anche l’indennità strumento dovrebbe essere rivista. Non ha senso che sia fissa, a prescindere dal valore dello strumento che ciascun orchestrale mette a disposizione.

Fra le unicità della crisi dell’Arena, c’è l’esplosione del tema della privatizzazione della lirica, con tanto di piani asseritamente già pronti e grande evidenza sui media. Lei che ne pensa?
«Sono convinto che se l’Arena venisse privatizzata, il costo per il “sistema Verona” sarebbe altissimo, in corrispondenza con la perdita delle sovvenzioni pubbliche, e il prezzo artistico sarebbe altrettanto alto, perché la stabilità è funzione della qualità. L’insistenza con cui il tema si ripresenta ci preoccupa e ne abbiamo parlato a Fuortes. Ci conforta sapere che l’adesione alla Legge Bray esclude alla radice questa ipotesi. Personalmente sono contrarissimo alla cultura degli eventi fini a se stessi. E un’Arena privatizzata si ridurrebbe a questo, contenitori di eventi più o meno riusciti.

Eventi sono tutti i concerti rock e pop, ormai numerosi quanto le serate di lirica durante l’estate in Arena. C’è chi dice che gli orchestrali abbiano favorito questa situazione con la prospettiva di nuove collaborazioni…
In passato abbiamo suonato a una serie di concerti di Ligabue ma non abbiamo certo fatto i soldi: in tutto 400 euro a testa. Forse in orchestra qualcuno che mirava a più rock c’era, ma non ci siamo lasciati ingolosire.

Preoccupa il silenzio sulla stagione invernale al Filarmonico. Esiste un programma?
Fuortes ci ha garantito che la stagione è già pronta fino a giugno 2017, operistica e sinfonica. Non pensa di dover essere lui a presentarla, anche perché non vi ha avuto parte.

Chi l’ha preparata?
Non ci è stato detto. Forse l’attuale consulente per la direzione artistica, Paolo Gavazzeni, e il vicedirettore artistico, Giampiero Sobrino.

Con la nuova direttrice organizzativa, Francesca Tartarotti, arrivata a gennaio da Firenze con la fama di “tagliatrice di teste” avete avuto all’inizio un rapporto molto teso. Ora com’è?
Non mi sembra che abbia le idee chiare. Sulla questione cruciale degli aggiunti ha creato una situazione confusa e complicata: accanto a chi ha firmato la liberatoria che impedisce l’assunzione dopo un certo periodo di tempo ora ci sono lavoratori a termine che non hanno firmato nulla. Un pasticcio.

Presto o tardi il commissario Fuortes se ne andrà e dovrà essere nominato un nuovo sovrintendente. Come lo vorrebbe?
Un esperto del settore, sul piano artistico e gestionale. Uno con un’agenda enorme, che abbia tutte le relazioni necessarie per svolgere al meglio questo lavoro. E che non abbia paura di trovare collaboratori ultra competenti.

Esiste a Verona una figura così?
Se c’è, non lo conosco.

E se non fosse italiano?

L’Arena è internazionale, bisogna allargare le prospettive. Perché no?

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