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lunedì 22 maggio 2017

La Verità, vi prego, sull'Arena - Convegno - Teatro Stimmate - VERONA - sabato 27 maggio ore 19.00 - Organizzato dal candidato sindaco Alessandro Gennari M5S



Il debito è colpa dei lavoratori o di qualcun’altro? La copertura di cui si parla in questi mesi, è fattibile?
Il Movimento 5 Stelle, con il supporto di lavoratori ed esperti nel settore, racconta le criticità di uno dei teatri più belli al mondo, che abbiamo la fortuna di avere a Verona, avanzando la proposta di risanamento e valorizzazione presente nel nostro programma.

Introduzione:
Nino Scarbaci, candidato al consiglio comunale e artista coro Fondazione Arena

Interverranno:
Michela Montevecchi, portavoce M5S al Senato

Marta Vanzetto, candidata al consiglio comunale

Alessandro Gennari, candidato sindaco M5S Verona

Felice Gaiba di Anatos

Katia Gasparini, architetto

Alessandro Zorzin, tecnico del suono

Conclusioni:
Mattia Fantinati, portavoce M5S alla Camera

Teatro Stimmate, Ore 19.00
Via Carlo Montanari, 1, 37122 Verona VR

Rassegna Stampa - 21 maggio 2017


L’Arena cresce al botteghino e programma già il 2018 «Una Carmen tutta nuova»
Polo: «Più 13% di biglietti in prevendita per il prossimo festival»

Domenica 21 .05. 2017

VERONA Date e diversi titoli già definiti e un prezzario già on line. Mentre la stagione 2017 dell’Opera Festival deve ancora iniziare (inaugurazione il 23 giugno con il «nuovo» Nabucco), la Fondazione Arena si avvantaggia con la vendita dei ticket per l’anno prossimo. «Sul 2017 non siamo riusciti ad organizzare una campagna promozionale adeguata, viste le vicende della Fondazione e il poco tempo per agire, da fine dicembre ad oggi – spiega il sovrintendente Giuliano Polo -: a fine anno, dunque, ci siamo trovati un calendario dove c’era una serie di date, ma si dovevano ancora definire gli accordi con alcuni ospiti e con diversi artisti. Ora ci aspettiamo che, avendo agito d’anticipo già con la pubblicazione on line di alcune date 2018, ci sia un riscontro adeguato, che inizi prima».

La vendita on line dei biglietti per la futura estate lirica (sul sito www.arena.it) è iniziata da martedì scorso. Con una notizia: il prossimo festival vedrà una nuova produzione della Carmen di Bizet, l’opera fra le più conosciute e rappresentate al mondo, che inaugurerà la stagione il 22 giugno dell’anno prossimo.

In programma, poi, cinque titoli d’opera: oltre a Carmen (proposta per 13 serate in «un nuovo allestimento tutto da scoprire» promettono da via Roma), mentre il debutto di Aida (quella di Zeffirelli) è il 23 giugno, con 7 date. Il terzo titolo in programma, per 5 recite, dal 30 giugno, è Turandot (anche questo firmato da Zeffirelli), mentre dal 7 luglio, per sei giorni, torna Nabucco, per la regia e i costumi di Arnaud Bernard. L’Aida di Gianfranco de Bosio è in cartellone dal 27 luglio per 9 serate; infine, dal 4 agosto, toccherà a Il Barbiere di Siviglia, ideato da Hugo de Ana, per 5 serate. Immancabili, poi, ma ancora misteriose, le due date (29 luglio e 21 agosto) con eventi extra-festival con ospiti d’eccezione (probabile l’ormai consueto appuntamento annuale con il ballerino Roberto Bolle e una serata dedicata ai grandi della lirica, con una formula pop).

Nel frattempo, anche i risultati per il 2017 stanno appagando: «Lo confermo, anche se scaramanticamente eviterei di parlare di questo argomento – spiega Polo, sorridendo -, ma devo dire che sulle vendite 2017 stiamo avendo belle soddisfazioni. Senza troppa pubblicità, come dicevo, e con lo stesso numero di serate dell’anno precedente, cioè 48 spettacoli, stiamo registrando un incremento dei biglietti venduti del 13 per cento, sullo stesso periodo del 2016. Un segnale decisamente positivo, ne siamo contenti».

Lo spettacolo che ha venduto di più, per ora, è Nabucco: la prima è già sold out e anche le altre serate registrano prenotazioni. «Molta attenzione anche per l’Aida della Fura del Baus, oltre a quella tradizionale, che va sempre – conclude Polo – per non parlare delle serate speciali dedicate a Bolle e a Placido Domingo: rimangono pochissimi posti. Insomma, mantenendo una certa scaramanzia, posso dire che al momento, siamo davvero soddisfatti».

Silvia Maria Dubois


L’INTERVENTO
Il metodo Alitalia riproposto con la lirica
di Giorgio Benati

«Lo spettacolo dal vivo da un lunghissimo tempo aspetta un intervento di carattere normativo che lo razionalizzi e che semplifichi un po’ il sistema»(Carlo Fontana, presidente Agis, alla Settima Commissione del Senato il 22 novembre 2016). Sappiamo che alla Settima del Senato è in discussione dallo scorso ottobre il disegno di legge denominato «Codice dello spettacolo». Nelle intenzioni dovrebbe essere la legge che, dopo la n. 800 del 1967, risolverà gli attuali e annosi problemi dello spettacolo in Italia. Ho seguito in streaming i diversi interventi in Commissione e ho tenuto una corrispondenza con alcune senatrici portando un mio contributo d’idee. Ora si attende che il Disegno di legge passi alle Camere per la discussione in aula. Nel frattempo, la senatrice Rosa Maria Di Giorgi (Pd), relatrice del Ddl citato, ha avanzato una proposta al ministro Franceschini di pervenire come Governo a sanare tutto l’indebitamento delle fondazioni lirico-sinfoniche mettendo nel piatto 320 milioni di euro. La partenza non è una delle migliori dato che molti si sono subito chiesto: cui prodest?

La risposta a tale quesito è già stata anticipata su queste pagine nei giorni scorsi: ovviamente al disastrato bilancio dell’Opera di Firenze, teatro già aiutato nel 2013 dalla Legge Bray con 29 milioni e ora, a distanza di soli tre anni, con un debito lievitato a 70 milioni a fronte di un bilancio di 60. Tutto ciò, nonostante la messa in mobilità e prepensionamenti di circa 150 dipendenti (erano 430 nel 2012 ora circa 280). Come ben ricordiamo, la senatrice Di Giorgi era assessore a Firenze ai tempi del sindaco Renzi e già aveva collaborato, come lei ha affermato, al contenuto dell’art. 11 della disastrosa Legge Bray che destinava 75 milioni (poi lievitati a 130) alle fondazioni liriche in crisi (Firenze in primis). Il Teatro La Fenice di Venezia è una delle poche fondazione che non vi hanno attinto essendo ben gestita e virtuosa. Invece, data l’attuale situazione di Firenze, chiunque porterebbe i libri in tribunale ma non tutti hanno la disponibilità della brava e solerte Di Giorgi, nel frattempo diventata senatrice e recentemente anche vice presidente del Senato (per i servizi resi?)

Infatti, eccola nuovamente all’opera con la sua proposta dei 320 milioni … ad usum Delphini. Purtroppo, come Firenze anche altre fondazioni liriche già aiutate dalla Bray, versano ancora in precarie situazioni. Quando si dice una legge fatta bene (ironicamente). Ergo: non servono nuovi denari ma serve invece mettere mano con forza, coraggio e visione politica allo status normativo che regola lo spettacolo dal vivo. Servono nuove regole, una visione manageriale, minore tassazione, flessibilità nel rapporto di lavoro e semplificazione delle procedure per innovare un settore ormai al collasso e aiutarlo a rinnovarsi e a progredire.


Certo, politicamente è un lavoro difficile e urticante, ma tant’è, se vogliamo salvare il settore. Su questi aspetti abbiamo letto con piacere nei giorni scorsi le dichiarazioni di alcune (poche) forze politiche e (molte) forze sindacali ed economiche coinvolte e interessate. È un atteggiamento responsabile e lungimirante che abbiamo apprezzato. Purtroppo, è la politica che manca. Essa, a cadenze ormai cicliche, continua ad erogare denari a pioggia con un solo scopo: teniamoli buoni. Si sceglie la strada dell’incremento della spesa pubblica, comoda e appagante elettoralmente. Diciamolo: una vergogna! Almeno cercassero di legare tale intervento alla Cassa depositi e prestiti (come da noi proposto su queste pagine tempo fa) con il Mibact e le municipalità che si fanno garanti. In questo modo, almeno, i futuri presidenti, sovrintendenti e consigli di Indirizzo sarebbero maggiormente responsabilizzati dato che questi denari dovranno poi essere restituiti. Nulla di tutto ciò. Metodo Alitalia docet, soldi a perdere per un ritorno elettorale. A margine: non serve un concorso internazionale per scegliere il nuovo sovrintendente dato che i concorsi sono sempre europei ma servirebbe invece una giuria selezionatrice internazionale per togliere alla politica politicante lo spazio vitale per scelte inopportune.

sabato 20 maggio 2017

Scompare prematuramente Isabella Sollazzi, ex ballerina della Fondazione Arena e moglie del compianto Alberto Castagnetti, ct della Nazionale di Nuoto.

Si è spenta ieri mattina, dopo una fulminante ed incurabile malattia, Isabella Sollazzi, ex ballerina del corpo di ballo della Fondazione Arena, moglie di Alberto Castagnetti, ct della nazionale italiana di nuoto scomparso ancora nel 2009.

I funerali saranno officiati lunedì 22 maggio alle ore 14.00 presso la chiesa di San Procolo adiacente alla Basilica di San Zeno in Verona.

Le più sincere condoglianze a famigliari ed amici.


In Fondazione Arena non vogliamo nè "Capitani Coraggiosi" nè "Cooperative Rosse" - Comunicato Stampa Opera Nostra - Fondazione Arena Bene Comune

IN FONDAZIONE ARENA NON VOGLIAMO NE’ “CAPITANI CORAGGIOSI” NE’ “COOPERATIVE ROSSE”

Lunedì 15 Maggio, alla Fonderia Aperta Teatro, si è tenuto un convegno organizzato dalla cooperativa di servizi per lo spettacolo e per gli artisti Doc Servizi, un gigante del settore conosciuto a livello internazionale, dall'impegnativo titolo “Nuovi modelli di lavoro: l’esperienza delle cooperative culturali e dello spettacolo. Spunti per estendere le tutele alle nuove figure professionali e per favorirne l’ingresso in un contesto legale e tutelato”, Alla tavola rotonda hanno partecipato diverse personalità di caratura nazionale, tra le quali il ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti e la segretaria nazionale della SLC Cgil, Emanuela Bizzi.

Dallo stesso comunicato stampa redatto dalla Bizzi e del quale scriveremo tra breve, ci pare di capire che l’impegno principale del ministro era proprio la partecipazione alla confernza, e non il lancio della campagna elettorale della candidata alle elezioni amministrative nelle liste del Pd Orietta Salemi. Non capita spesso che un ministro del lavoro partecipi ad un convegno organizzato da una cooperativa di servizi, seppur così importante, e all'inaugurazione della nuova sede della stessa.

Data la delicatezza del momento che sta vivendo Fondazione Arena, con il moltiplicarsi di spa e coop pronte a banchettare sulle sue spoglie, ci sembra logico pensare ad un collegamento tra questa vicenda e l’evento.

Sia il ministro che la Salemi, hanno risposto alle domande dei giornalisti affermando che, seppure in via ipotetica, l’ingresso delle coop in Fondazione Arena va considerata come un’opportunità.

Il ministro della cultura Dario Franceschini, anche lui appartenente al Pd, ha emanato l’estate scorsa la legge 160, che lega l’elargizione dei fondi pubblici per lo spettacolo alle fondazioni lirico sinfoniche, al raggiungimento del pareggio di bilancio di quest’ultime. In caso questo non accada, la norma prevede il declassamento della fondazione a semplice Teatro lirico, precludendo in via definitiva a quegli stessi fondi che oggi sono indispensabili per la sopravvivenza delle fondazioni. A questo punto l’epilogo sarebbe la chiusura o la privatizzazione.

La nostra impressione è che il ministro Giuliano Poletti, (che precedentemente ricopriva l’incarico di presidente di Legacoop, organismo alla quale è affiliata anche la Doc Servizi), si stia interessando al “nuovo modello di lavoro” nel quale integrare i lavoratori e le lavoratrici delle fondazioni in vista delle probabili, secondo i piani governativi, privatizzazioni.
E così, mentre alcuni preparano l’ingresso dei nuovi “capitani coraggiosi”, (nel caso della Fondazione Arena la Arena lirica spa guidata dall'imprenditore Manni), altri, come il ministro Poletti, lanciano l’assalto delle “cooperative rosse”. La sostanza non cambia, o meglio, cambia forse il colore politico e le facce di chi si accaparrerà la gallina dalle uova d’oro. Si tratterà in ogni caso, di affari, e non di cultura!

Apprezziamo il comunicato stampa a firma di Emanuela Bizzi, sopratutto quando prende le distanze nettamente da forme di lavoro precario all'interno delle fondazioni lirico sinfoniche, e chiude la porta all'ingresso delle cooperative. Nella nota chiede direttamente alla Salemi e al ministro Poletti, se intendano o meno rispettare le normative vigenti che, nel caso delle fondazioni lirico sinfoniche, non prevedono tali soluzioni, nemmeno in via ipotetica.

La candidata del Pd risponde, in una nota successiva, che il suo partito ha sempre rispettate la normativa, che continuerà a farlo e che l’impegno verso una soluzione positiva rispetto alla vicenda di Fondazione Arena non è mai mancata…

Questa parte del botta e risposta tra la sindacalista e la candidata, quello riguardante il richiamo al rispetto delle normative vigenti, ci appare però fuori tempo massimo. I Teatri lirici non godono delle stesse normative delle fondazioni in materia di lavoro, e l’esempio del Teatro lirico Donizetti di Bergamo, all’interno del quale opera oggi la Doc Servizi lo testimonia.

La lotta dei lavoratori per l’abolizione della legge 160 resta quindi prioritaria per continuare ad usufruire di una cultura pubblica sostenuta, quando è necessario, anche dai fondi statali, o, se preferite, dalle nostre tasse. D’altra parte è sotto gli occhi di tutti come le privatizzazioni, vero e proprio mantra ideologico del nostro tempo, non siano la panacea di tutti i mali, e la vicenda Alitalia lo dimostra. Più utile sarebbe esercitare un controllo sugli sprechi e le responsabilità in caso di malversazioni. Esse vanno riconosciute e punite, ma sembra che pochi seguano questa strada, preferendo, come ha fatto Carlo Fuortes, nella sua veste di Commissario governativo in Fondazione Arena, girare la testa dall'altra parte. Egli infatti, nonostante ne avesse le competenze e la facoltà, ha ritenuto di non mettere in atto un’azione di responsabilità, preferendo far pagare ai lavoratori i buchi di bilancio procurati dalla gestione tosiana.


Comitato Opera Nostra – Fondazione Arena Bene Comune

venerdì 19 maggio 2017

L'Arena, da tempio sacro della "musica colta" a location per chiunque. Il sold out finto che rende famosi anche gli artisti da teatrino di parrocchia - da Linkiesta.it

Riportiamo questo interessantissimo articolo dal giornale indipendente Linkietsa.it che spiegherebbe molto chiaramente i motivi del perché l'Arena di Verona negli ultimi anni sia stata letteralmente presa d'assalto da eventi musicali di ogni genere e che un po' alla volta stanno facendo "le scarpe" alla lirica.

Dietro il tentativo di privatizzare la gestione degli eventi in Arena vi è in realtà l'obbiettivo di poter gestiore in poche mani gli enormi interessi finanziari che ne derivano, obbiettivi che nulla hanno a che vedere con la promozione dell'arte musicale di alto livello, sia che si parli di rock, pop o lirica.

Leggendo il seguente articolo si può facilmente intuire i veri motivi che negli ultimi 10 anni hanno determinato il progressivo stato di crisi economico/culturale in cui si trovi oggi la Fondazione Arena di Verona, opportunamente condotta all'indebitatamento per essere portata al fallimento ed alla sua conseguente dismissione. Tutto ciò solo al fine di eliminare un "grosso fastidio ed impedimento" a quei promoter che da qualche anno gestiscono in maniera esclusiva i grandi eventi musicali, quali anche l'Arena di Verona, eventi che nella maggior parte dei casi di "grande" hanno solo la location.


Completamente sold out stocazzo: così un gruppetto può riempire uno stadio
In un mercato discografico in crisi ecco lo stratagemma per riempire location grandi e prestigiose, usato da chi non avrebbe i numeri per farlo. C'entrano gli spazi, c'entra un ticketing "disinvolto". Ma non solo

di Michele Monina


Questa faccenda dei sold out vi è sfuggita di mano.
Anche questa faccenda di portare a suonare artisti, chiamiamoli per convenienza retorica così, relativamente minori in posti molto più grandi di quanto potrebbero mai riempire vi è sfuggita di mano.
Esistono le tappe. Toccherebbe mettersi in cammino e raggiungerle.
La faccenda della gavetta, avete presente?
Un tempo finire a cantare all'Arena di Verona era una specie di sogno a occhi aperti, sogno che pochi poi vedevano realizzato. Oggi, basta avere un determinato promoter, quello, per intendersi che ormai gestisce l'Arena di Verona come se fosse casa sua, portandoci praticamente tutti i propri artisti, artisti nella stragrande maggioranza di fascia medio-bassa, parlo di numeri.
Alla faccia della gavetta, dei passi da fare uno alla volta, della tappe.
Tutti a bruciarle, le tappe. Subito. Senza senso.
Senza senso...
Mhmm.

A dire il vero un senso c'è.
Ma nulla ha a che vedere con gli artisti in questione. Sicuramente niente a che fare con l'arte.
E volendo anche con la musica.
Facciamo una fotografia, cercando di non farla mossa come i selfie di Guè Pequeno.
Oggi dischi non se ne vendono più. Non è una metafora, ma un dato di fatto. Oggi si fanno album, ancora, ma poi si sta in Top 10 degli album più venduti, la Top 10 della FIMI, e dopo sei settimane di permanenza, con una settimana al primo posto e un paio al secondo, si arriva a ricevere la certificazione del Disco d'Oro, cioè le prime venticinquemila copie vendute (ventimila certificate FIMI, più cinquemila di retail, circa). Sei settimane in Top 10= venticinquemila copie, questo l'esempio concreto di uno degli artisti del momento, Ermal Meta col suo Vietato morire, fatevi un'idea.
E di queste venticinquemila copie, sempre per essere pragmatici e poco poetici, ci sono anche gli streaming, conteggiati uno a centotrenta. Magari nel caso di Ermal Meta non molti, gli streaming, ma in alcuni casi unica fonte di introiti.

Zero mercato, quindi. È un dato di fatto.
Oggi dischi non se ne vendono più. Gli artisti campano coi live, si dice, ci diciamo. Ma andiamo a analizzare anche un po' questo segmento del mercato musicale.
I live, quindi.
Ci sono artisti che sul fronte live non esistono, vedi alla voce talent. C'è gente che esce da Amici o da X Factor che, in tanti anni di carriera, non è stato in grado di farsi un tour vero e proprio. In alcuni casi non è stato e non è capace di fare neanche un concerto a pagamento. Quindi li si vede nelle piazze, d'estate, o nei centri commerciali.
Poi ci sono gli artisti medio-bassi, quelli che ambiscono, legittimamente, a fare concerti in locali e palasport di media o piccola capienza. Sono la più parte di chi vive di concerti. Nomi che non possono ambire agli stadi, ma neanche a arene indoor con capienze importanti, come il Forum o il Palalottomatica. Gente che, figuriamoci, non dovrebbe pensare all'Arena di Verona neanche dopo aver mangiato la peperonata subito prima di andare a dormire.

Poi ci sono i Big, quelli di fascia alta e altissima. Quelli che riempiono i grandi spazi, al chiuso e all'aperto, con eccezioni, come Jovanotti, Ligabue, Tiziano Ferro e pochi altri, nomi capaci di riempire un po' tutto.
Vasco fa un caso a sé, lo sapete.
Concentriamoci sui medio-bassi. In un mondo normale, e non è di un mondo normale che stiamo parlando, dovrebbero girare per locali di media o piccola capienza, puntando a fare magari anche tanti concerti, ma per un pubblico limitato, il proprio pubblico. Del resto, è un fatto, non vendono dischi, vivono più che altro di passaggi radiofonici, ed è noto che 99 volte su 100 i passaggi radiofonici non sono legati né al gradimento da parte del pubblico né, figuriamoci, al valore artistico del prodotto in oggetto, perché mai dovrebbero ambire a riempire le grandi arene?

Ma le grandi arene, da un po' di tempo, sono diventate casa loro. Si vedono artisti misconosciuti che, di colpo, arrivano a esibirsi in location molto più grandi di loro, molto più grandi, soprattutto, del loro pubblico.
Si legga alla voce Forum di Assago, Palalottomatica di Roma, ma volendo anche San Siro, diciamolo a voce alta, e, ovviamente, alla prestigiosa Arena di Verona.
Gente che non dovrebbe essere lì, perché non ha abbastanza spettatori per ambire a riempire quegli spazi, che si trova in cartellone in quei posti.
E fin qui si potrebbe semplicemente gridare all'azzardo.
Ma c'è di più.
Molto di più.
Perché molto spesso, non dico sempre ma quasi, questo azzardo sembra essere premiato da numeri grandiosi, col sold out sempre lì, pronto per essere proclamato.
Riassumiamo.
Stocazzetto viene messo in cartellone al Forum, o all'Arena di Verona, se è Stocazzo addirittura a San Siro, e di colpo, da non essere nessuno, si trova a dichiarare a gran voce: completamente sold out.
Miracolo.
Miracolissimo.
Miracolissimo doppio e carpiato.

Ma. Sì, c'è un ma anche in questa storia.
Perché esiste una nuova pratica, molto in voga presso i due promoter che hanno in carico soprattutto gli artisti di fascia medio-bassa, legati a loro volta a una delle major attive in Italia, titolare della totale proprietà o della maggioranza delle quote, per dopare i numeri.
Come dire, completamente sold out stocazzo. Appunto.
Come?
Semplice.
Partiamo dalla pratica.
Vuoi riempire il Forum?
Comincia nel renderlo più piccolo.
Come fai?
Mica ci vuole uno scienziato. Esistono trucchetti consolidati, noti un po' a tutti. Metti il palco in mezzo al parterre. Magari fallo a X, così da mangiarti un buon 40% del pubblico che avrebbe potuto calcare il parquet. Di più. Sistema le casse in modo tale da non rendere il palco visibile da una parte della platea, che so?, una porzione di curva, così già sei giustificato nel non riempirla.
Non basta? Certo che non basta. Perché se al Forum ci porti stocazzetto, mica penserai davvero di darci a bere che hai fatto completamente sold out. Allora ecco che compaiono dei bellissimi teloni neri, atti a coprire l'ultimo anello, quello in alto. Se non ci si presta attenzione neanche si vede, che tanto è buio. Ma di fatto lì sotto, in teoria, ci sarebbero dei seggiolini, pronti ad accogliere le chiappe di migliaia di fan, se solo esistessero.
Non basta ancora?
Certo che no. Allora proviamo a ipotizzare che invece che un palco a X in mezzo al parterre, ne metti uno bello grosso su un lato, magari sul lato lungo, così da giocarti addirittura una tribuna, e metti sul parterre dei posti a sedere. Hai voglia a riempirlo, specie se i seggiolini li metti belli larghi.
E fin qui siamo nel campo degli effetti speciali, certo, ma pratici. Poi c'è una sorta di vero e proprio doping, che i titolari delle due agenzie ben conoscono, essendo il titolare di una delle due agenzie l'inventore della pratica.

Avete tutti sentito parlare del secondary ticketing.
Non è una domanda, ma una affermazione. Perché dopo il famoso caso tirato fuori dalle Iene tutti ne hanno parlato, manco si trattasse del Watergate. Un caso, va detto, che a oggi non ha portato a nulla, se non alla messa al bando ipotetica della sola Live Nation, per altro al momento ancora più forte di prima, visto che ha acquisito Indipendente nelle scorse settimane e che Roberto De Luca è andato in America a fare una potentissima campagna acquisti e porterà in Italia nei prossimi mesi un bel numero di giganti del rock. Ecco, a fianco di quel fenomeno, cioè della rivendita a prezzi altissimi di biglietti tolti proditoriamente dal mercato dagli stessi promoter, c'è un fenomeno altrettanto simpaticissimo, di cui in queste lande si è parlato esattamente un anno fa, quello dei biglietti venduti a prezzi irrisori, se non addirittura regalati.

Andiamo con ordine.
Esistono due formule collaterali ai biglietti regolarmente venduti. Quelli omaggio, che possono essere pari al 5% del numero di biglietti erogati, e che hanno una tassazione agevolate, e i così detti biglietti promozionali. Cosa sono? Semplice, si tratta di biglietti venduti al prezzo di 50 centesimi o un euro, in genere immessi in un mercato simile a quelli del secondary ticketing, più spesso, quasi sempre, regalati a aziende sponsor degli eventi, che a loro volta li regaleranno ai propri dipendenti o ai propri clienti. Per questi biglietti non c'è un tetto. E su questi la tassazione è pari alla tassazione dei biglietti normali. Come dire, se vendo duemila biglietti a 50 centesimi, pagherò alla SIAE, incaricata dallo Stato di fare da esattore, il 20% del prezzo dei biglietti, cioè duecento euro. Come dire, un po' pochino.
Qualcuno dirà, va bene, ma si pagano poche tasse perché si incassano pochi soldi.
Vero.
Ma vero fino a un certo punto. Perché se li si vende a sponsor, magari, si fa un accordo per cui quei biglietti promozionali, poi regalati a dipendenti o clienti, viene pagato di più. Oppure, semplicemente, quei biglietti si vendono a 50 centesimi, ma portano al prodigioso sold out per cui il promoter poi si fa pagare dagli altri sponsor cifre più alte, perché si tratta di sponsorizzare un sold out al Forum, ipotizziamo.
Non basta.
L'artista che ottiene il completamente sold out finto, di colpo sale di fascia, e da uno che potrebbe suonare all'Alcatraz, per dire, diventa uno che fa sold out al Forum.
Posizionamento diverso, profilo più alto.
Questo, va detto, fa comodo anche al promoter, che lavora appunto sui profili dei suoi artisti, non più di fascia medio-bassa ma media (nel caso degli stadi, magari, si passa da fascia media a fascia alta, si veda a certi concerti farlocchi a San Siro). Questo, nel momento in cui Ticketone non avrà più il monopolio della prevendita acquista un certo valore.

Come dire, tutti felici e contenti.
Gli artisti che diventano famosi senza esserlo.
I discografici degli artisti diventati famosi senza esserlo, perché si ritrovano in scuderia nomi con un peso specifico più alto, anche se in realtà del tutto fake.
I promoter, che incassano e pagano tasse bassissime, riposizionano i propri artisti con profili più alti e possono andare a trattare con chi si metterà sul mercato per la vendita online dei biglietti con un peso maggiore.
Le location come l'Arena di Verona, che da essere destinata a ospitare lirica e musica classica, da qualche anno a questa parte, è diventata casa di chiunque canti e abbia avuto un singolo in airplay in radio.
In realtà non tutti sono contenti.
No, no.

La Siae non può esserlo, perché coi biglietti promozionali incassa molto meno. Lo Stato Italiano ancora di più, perché entrano meno tasse del dovuto.
Gli sponsor anche, o almeno quegli sponsor che pagano per essere presenti a eventi venduti come sold out, ignorando che in realtà sono tali, cioè sold out, solo perché qualche altro sponsor quei biglietti li ha comprati a niente e poi regalati.
Gli spettatori, o almeno quegli spettatori che hanno pagato un biglietto normale e si trovano seduti di fianco a qualcuno entrato gratis o quasi.
Tutto molto bello, quindi.
Pensateci la prossima volta che vi lamentate perché vedete i biglietti dei Coldplay a tremila euro su qualche sito. A fronte di quello c'è uno stocazzetto che riempe per finta il Forum dichiarando: completamente sold out.

Sì, completamente sold out stocazzo.

giovedì 18 maggio 2017

Salemi: "Fondazione Arena salva grazie al PD" - da VeronaSera.it

Fondazione Arena, Salemi: "Salva grazie al PD, nessuno lo metta in dubbio"
La candidata sindaco non parla di privatizzazione, ma non vuole neanche chiudere all'aiuto proveniente da soggetti privati. E per il nuovo sovrintendente pensa ad un bando internazionale

18 maggio 2017

Commissariamento a parte, il sindaco di Verona è al tempo stesso anche il presidente di Fondazione Arena ed è indubbio che un'idea sul futuro sull'ente lirico cittadino un candidato sindaco ce lo deve avere. A maggior ragione in un momento come questo, in cui Fondazione Arena è in crisi a causa dell'indebitamento eccessivo. Crisi da cui si spera di cominciare ad uscire grazie ai sacrifici imposti dal piano di risanamento del commissario Carlo Fuortes e dai benefici (ancora non concessi) della legge Bray.

Sono due le parole che in questo momento incutono più timori ai lavoratori di Fondazione Arena: privatizzazione ed esternalizzazione. Ed è chiara la posizione di alcuni candidati che ribadiscono la ferma intenzione di voler mantenere pubblico l'ente scaligero, rilanciandolo a partire dalle professionalità al suo interno.

Questo però non deve significare una chiusura netta agli aiuti privati. Ne è convinta la candidata sindaco PD Orietta Salemi che chiede di "non esclude a priori la possibilità di coinvolgere soggetti privati nelle forme e con i limiti previsti dalla normativa". Salemi ha difeso anche il suo partito dall'attacco di un altro candidato sindaco, Alessandro Gennari del M5S. Per Gennari, Fondazione Arena si trova in questa brutta situazione a causa di una malagestione tosiana e dello scarso contributo arrivato dal governo centrale e quindi dal Partito Democratico. "Nessuno può mettere in dubbio l'impegno del PD - ha replicato Salemi - Fondazione Arena è stata sostenuta con la legge Bray e il rifinanziamento da parte del Fus, che le consentono di affrontare il ripiano di un debito frutto di una gestione dissennata. Il PD ha salvato la fondazione e ora c’è anche una strada normativa su cui il governo sta cercando soluzioni sostenibili e indolori per la riduzione del debito delle fondazioni".

Salemi e Gennari si trovano però d'accordo su un punto: il prossimo soprintendente dovrà essere scelto tramite un bando internazionale. "È fuor di dubbio che il futuro della Fondazione Arena e le possibilità del suo rilancio dipendono dal rinnovamento della governance e da scelte di discontinuità", ha conclusa la candidata democratica.

Cecilia Gasdia: "il declino dell'Arena iniziò con Girondini" - da Vvox.it


Arena, la cantante lirica Gasdia: «declino iniziò con Girondini» 
Candidata per Sboarina, boccia il progetto di “privatizzazione”. E guarda alla sovrintendenza della Fondazione: «ho le competenze necessarie»

Cesare Galla - 17 maggio 2017

La prima volta che ha calcato il palcoscenico dell’Arena aveva 16 anni e ancora adesso quando ne parla s’infervora. «Avevo il mito dell’opera nell’anfiteatro. Sono riuscita a farmi prendere come figurante per l’Aida del regista Carlo Maestrini, uno spettacolo passato alla storia perché le scene di massa non lo erano per modo di dire: mille persone tutte insieme. Esperienza indimenticabile e fondamentale». Ben presto, Cecilia Gasdia sarebbe passata dai foltissimi ranghi delle comparse a quelli ultra-selezionati delle primedonne areniane, ovvia conseguenza di una carriera di alto livello sbocciata nel 1982, quando all’ultimo sostituì Montserrat Caballè nell’Anna Bolena di Donizetti alla Scala e raccolse il suo primo trionfo.


Tutto suo un “primato” non invidiabile ma sintomatico del carattere del personaggio: avere rischiato la pelle per l’Arena. È accaduto vent’anni dopo il suo debutto come comparsa, nell’agosto 1996, durante una replica del Barbiere di Siviglia, in cui cantava la parte della protagonista, Rosina. «Stavo malissimo già prima che si andasse in scena, lancinanti dolori addominali, ma la sostituta non c’era, non si trovava. Così ho fatto lo spettacolo, in condizioni devastanti. Alla fine mi hanno portata direttamente all’ospedale e operata d’urgenza nel cuore della notte. Avevo un’imponente emorragia interna, mi hanno presa per i capelli».

Ci furono molte polemiche, allora, sui problemi organizzativi che portarono a questa situazione, ma l’anno dopo Cecilia Gasdia era ancora e nuovamente protagonista in anfiteatro, questa volta come Hanna Glawari nell’operetta “La vedova allegra”. Da allora e fino a quando le sue presenze operistiche non si sono diradate, il soprano veronese è stato nome ricorrente nelle locandine areniane: oltre che nel Barbiere ha cantato in Bohème, Carmen (Micaela), Turandot (Liù), perfino in Pagliacci. E spesso la si è sentita anche al teatro Filarmonico, in opere e concerti.

Oggi, meno pressanti le esigenze esecutive, il soprano veronese è alla guida di Opera Academy Verona, un consorzio privato finanziato dalla regione e dal ministero della Pubblica Istruzione che ha forti legami con la Fondazione Arena (il sovrintendente ne è presidente) e realizza master di primo livello in regia lirica, scenografia e composizione teatrale. L’incarico ce l’ha dal 2015 e in questi due anni è riuscita a rinsaldare le non floride finanze dell’Accademia e a garantirne la prosecuzione per un altro decennio (fino al 2028) mentre a Verona c’era chi pensava, da amministratore pubblico, alla chiusura.

In questo stesso periodo, la Fondazione Arena ha attraversato i momenti più drammatici e convulsi della sua crisi, rientrata ora in un alveo più normale con il sacrificio dei dipendenti (che hanno accettato un piani di ristrutturazione molto pesante) e l’arrivo alla sovrintendenza di Giuliano Polo, nominato dal commissario Carlo Fuortes. Già nella primavera 2016 Gasdia non era rimasta a guardare, e aveva scritto una lettera aperta al ministro Franceschini, pubblicata sui giornali veronesi, per scongiurare l’ipotesi della liquidazione coatta, che il Consiglio di Indirizzo presieduto da Flavio Tosi aveva deliberato, e per invocare le ragioni della qualità artistica e della competenza.

Oggi, mentre la volontà di impegnarsi per Verona si concretizza anche nella scelta, a lungo meditata, di candidarsi al consiglio comunale (è capolista di Fratelli d’Italia, che sostiene la candidatura a sindaco di Federico Sboarina) se ripensa a quegli eventi Cecilia Gasdia non cambia opinione. «Il declino della Fondazione è iniziato con la nomina a sovrintendente di Francesco Girondini, che avrà altre competenze ma certamente non aveva quella di amministratore e gestore di una Fondazione dell’importanza e delle dimensioni di quella areniana. Né ha dimostrato di maturarla. So che ora chi difende la passata gestione punta il dito contro la diminuzione dei fondi pubblici, ma nessuno ha percorso l’unica strada possibile in una situazione del genere: se i soldi diminuiscono, bisogna investire sulla qualità, per riuscire ad attrarre altri finanziamenti. E non è solo un discorso di cantanti famosi. Ma alla Fondazione Arena, dal 2008 in avanti, invece di investire delle cose da fare, per farle sempre meglio, hanno deciso di mettere soldi in iniziative disastrose come il Museo Amo. Prima di Girondini? C’erano figure professionali. Certo ci saranno stati alti e bassi, ma questo accade nella vita dei teatri. Il fatto è che il sovrintendente dev’essere insieme manager, amministratore, artista».

E sul fatto che ci sia chi propone (una parte dei sindacati e ora anche i 5 Stelle) di trovare una figura super partes, magari all’estero, Gasdia riporta comunque al punto: «Si può anche fare, ma il nodo è un altro: chi lo sceglie, il sovrintendente? Se chi sceglie non ha le conoscenze e a sua volta le competenza necessaria, siamo da capo». La chiamata alla competenza e alla centralità del “prodotto-lirica” si riflette anche in un’altra idea del soprano veronese. «Concordo con il sovrintendente Polo, le attività extra-Arena vanno gestite dalla Fondazione, e organizzate in modo che si preservino i tempi necessari a realizzare spettacoli di lirici di alta qualità. In quel 1976, quando ho fatto la comparsa per la prima volta, già in maggio si facevano prove dentro all’anfiteatro. Oggi, spesso non c’è neanche lo spazio per le generali. Io non sono assolutamente contro il rock, ma gli eventi di questo tipo devono essere delimitati cronologicamente nel corso dell’anno: in primavera fino a maggio, poi da settembre».

Quanto alle istanze privatizzatrici, non ha soverchio trasporto per le “sirene” veronesi. «È per strada una riforma del sistema-lirica che porterebbe alla privatizzazione forzosa di tanti teatri, ovvero alla loro chiusura. E questo è inaccettabile. Nella situazione attuale e di Verona, la presenza dei privati è già prevista dalle legge come pure dallo statuto della Fondazione Arena, ed è meglio fermarsi qui». In passato, il nome di Cecilia Gasdia è stata varie volte fra quelli che giravano per l’incarico di direttore artistico.


La sua discesa nel campo politico-amministrativo rende inevitabile che da più parti la si veda di fatto candidata alla sovrintendenza, specialmente in caso di vittoria di Sboarina. Lei non si nasconde: «sono interessata, naturalmente. Perché credo di avere le competenze necessarie, specialmente artistiche e teatrali, e perché non voglio più limitarmi a stare nel folto gruppo dei veronesi arrabbiati per le sorti della Fondazione Arena, ma penso sia giusto intervenire. Non ho bisogno di fare carriera, cerco di dare una mano a questa città e fare risorgere l’Arena. Oltre alle competenze servono intuito, fantasia, amore per il teatro. E voglia di puntare in alto».

Rassegna Stampa - 17 maggio 2017


Ammazza-debito per la lirica. «Buona idea, ma puzza di spot elettorale in salsa Pd»

Mercoledì 17 .05. 2017

VERONA Un colpo di spugna salverà i bilanci della Fondazione lirica Arena di Verona, cancellandone tutti i debiti? La notizia, data ieri dal nostro giornale, è ovviamente di quelle che fanno molto discutere. Di cosa si tratta? Di una norma in legge di Bilancio che azzera l’esposizione di tutti gli enti di cui si è fatta promotrice la senatrice fiorentina del Pd Rosa Maria Di Giorgi. Un impegno da 320 milioni di euro. «Occorre uno sforzo - ha detto ieri al Corriere Di Giorgi - per dare ai teatri la possibilità di ripartire davvero». Da Roma, sia pure con grande cautela, il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, conferma che qualcosa si sta muovendo («parliamo di somme molto importanti – ha detto ieri - e stiamo ragionando con il ministero dell’Economia per capire come si può affrontare il problema, ma io non voglio dire ”gatto finché non è nel sacco” e quindi dico che c’è ancora molto da lavorare»). Intanto però, a Verona l’argomento è più che mai al centro dell’attenzione.
Dal Movimento Cinque Stelle, il candidato sindaco, Alessandro Gennari, premette che «l’annunciata norma ammazza-debiti potrebbe essere un’ottima occasione per l’Arena», ma aggiunge che «stupisce la mancanza di coerenza da parte del governo: prima si propone la legge 160/24 che vuole declassare le Fondazioni non in ordine con i bilanci a enti lirici, mentre ora compare questa norma che, fatalità, appare essere concepita per salvare il Maggio Fiorentino, ambiente molto vicino al governo». Gennari conclude augurandosi che l’ammazza-debiti diventi comunque realtà ma sottolinea che «sarebbe anche auspicabile che si provvedesse a individuare i responsabili amministrativi che hanno causato il buco da 30 milioni con obbligo di rispondere in solido».

Anche il senatore di Forza Italia, Stefano Bertacco, spiega che «l’iniziativa della vicepresidente del Senato De Giorgi sull’azzeramento del debito va bene solamente se finalizzata alla ripartenza delle Fondazioni. Questo significa – spiega Bertacco - che l’aiuto economico deve essere puntellato dall’obbligo di azzerare il management produttore di tale disastro. Se invece tale iniziativa, - prosegue - nascesse solo per vestire di democraticità un provvedimento volto a coprire la disastrosa situazione del Maggio Fiorentino, allora dico no, perché salvare i soliti noti dal fallimento e per coprire i costi andare ad attingere dalle tasche degli italiani, magari alzando le imposte, non va bene».

La senatrice di Fare! (e candidata a sindaco) Patrizia Bisinella sostiene da parte sua che «sarebbe bello, con un colpo di bacchetta magica, cancellare tutti i debiti delle Fondazioni: peccato – aggiunge - che la realtà sia ben diversa e che questa proposta della mia collega Di Giorgi suoni un po’ troppo elettoralistica. Il problema vero – afferma Bisinella – è che questo “acuto” non è risolutivo, perché il problema delle Fondazioni sta nel loro modello di gestione: possiamo anche ripianare gli attuali debiti, ma con queste strutture tempo due anni e ci saranno altri rossi da sanare. E non potrà che essere così finché i ricavi saranno il 50 per cento - quando va bene – dei costi di produzione».

Dal Pd, infine, la candidata a sindaco Orietta Salemi, replicando anche ad alcune critiche arrivate dopo un intervento del ministro Giuliano Poletti per ricordare che «nessuno può mettere in dubbio l’impegno del Pd e del governo sul tema della Fondazione Arena: di fatto, - ricorda Salemi - grazie a un emendamento firmato dai deputati veronesi, il Pd ha salvato la Fondazione e ora c’è anche una strada normativa, certamente non facile e complessa, su cui il governo sta cercando soluzioni sostenibili e indolori per la riduzione del debito delle fondazioni. Nonostante ci siano anche delle perplessità, - aggiunge Salemi -si è comunque in una fase di valutazione iniziale. È comunque fuor di dubbio che il futuro della Fondazione Arena e le possibilità del suo rilancio dipendono dal rinnovamento della governance e da scelte di discontinuità, a partire da un bando internazionale per la selezione del sovrintendente e da una profonda revisione della Direzione artistica e amministrativa».

Lillo Aldegheri  



«Il vero aiuto alla Fondazione Arena si dà accelerando l’accesso alla Bray»

Mercoledì 17 .05. 2017


VERONA I 320 milioni non sarebbero la soluzione: così pensano i sindacati di Fondazione Arena. La proposta della vicepresidente del Senato, Rosa Maria Di Giorgi non sembra entusiasmarli. Non perché non vorrebbero vedere azzerati i debiti della fondazione, i 320 milioni da inserire nella legge di Bilancio, infatti, secondo il progetto della senatrice, servirebbero a cancellare i debiti di tutte le fondazioni lirico – sinfoniche italiane, ma perché lascerebbero immutati gli attuali problemi del settore. Dario Carbone, segretario provinciale Fials, analizza: «Ammesso che si riescano a trovare i soldi, questi fondi permetterebbero di ripartire da zero, ed è un fatto positivo, ma non garantirebbero un futuro. Ciò che serve davvero sono capacità manageriali che, a oggi, non si vedono. Io credo che senza adeguate competenze da mettere a capo delle fondazioni, fra due anni ci ritroveremmo di nuovo con 50 milioni di debiti. Per noi servono nuovi sovrintendenti e serve che siano chiamati a rispondere di loro eventuali responsabilità nei dissesti. Cosa che fino ad ora non è mai avvenuta». Eventualmente poi, a questi 320 milioni, andrebbero aggiunti anche quelli per finanziare il Fondo unico per lo spettacolo, cosa che appare piuttosto improbabile. Il grande timore delle organizzazioni sindacali è che questo «miraggio» dei soldi sia in realtà un ricatto per il futuro: quel teatro non in regola con i conti sarà declassato da fondazione lirico – sinfonica a teatro di tradizione. «Questa che vediamo – spiega Paolo Seghi, segretario provinciale Slc Cgil – è la mano che dà, mentre gli emendamenti che la stessa Di Giorgi presenta sono la mano che toglie. È sempre lei che vorrebbe teatri di serie A e di serie B. Quindi, se davvero vuole aiutare Fondazione Arena, la invito ad impegnarsi per farci accedere alla Bray in tempi rapidi». Con Ivano Zampolli, segretario provinciale Uilcom, che conclude: «Vedersi il debito azzerato sarebbe sicuramente una prospettiva interessante, ma capire da quali altre misure è accompagnata questo progetti, potrebbe chiarire meglio la situazione».

Samuele Nottegar   

Rassegna Stampa - 16 maggio 2017


Lirica, l’operazione «ammazza-debito» che può far ricca la Fondazione Arena

Di Giorgi, vicepresidente del Senato, si fa promotrice di una norma in legge di Bilancio che azzera l’esposizione di tutti gli enti: un impegno da 320 milioni.
«Occorre uno sforzo per dare ai teatri la possibilità di ripartire davvero»

martedì 16 maggio 2017

VERONA Un colpo di spugna si aggira per le aule del Parlamento. Ed interessa da vicino la Fondazione Arena. Molto da vicino. Nel senso che se l’ipotesi si trasformasse in realtà, cioé se diventasse legge e denari sonanti, sarebbe «la panacea di tutti i mali», come ammette il sovrintendente Giuliano Polo. Parliamo del tentativo di introdurre nella prossima legge di bilancio, quella del 2018, la cancellazione di tutti i debiti delle Fondazioni lirico-sinfoniche italiane.

L’iniziativa è nella testa e nelle mani del Pd e se ne fa portavoce Rosa Maria Di Giorgi, vicepresidente del Senato. La geolocalizzazione, chiamiamola così, porta dritto dalle parti di Firenze, che ha bisogno di risolvere una volta e per tutte la situazione del suo inguaiatissimo Maggio. Non a caso il neosovrintendente, il veneziano Cristiano Chiarot, ha parlato ieri di licenziamenti da evitare. Di Giorgi, in compagnia del sindaco Dario Nardella e del presidente della commissione Cultura del Senato, Andrea Marcucci, ha incontrato nei giorni scorsi il ministro Dario Franceschini. Oggetto, un’operazione «ammazza-debito» che cancellerebbe, senza se e senza ma, un’esposizione complessiva delle Fondazioni pari a 320 milioni di euro. Provvedimento totalitario, senza distinzioni, che quindi consentirebbe anche all’Arena di azzerare il proprio fardello (quasi 29 milioni, di cui 15 verso fornitori). Da ente prossimo alla liquidazione (è successo davvero lo scorso anno) si ritroverebbe soggetto baciato da improvvisa fortuna. Il cammino è lungo, il Pd toscano deve trovare l’appoggio di governo e altre forze politiche per riuscire a far passare un impegno pubblico pesante: più o meno, siamo a metà cifra del prestito-ponte Alitalia. Di Giorgi parla di «un colpo d’ala» necessario per far ripartire il grande patrimonio rappresentato dagli enti lirici nazionali. «Certo, si tratta di un aiuto importante, ma serve per risolvere situazioni che vengono molto spesso da lontano e sulle quali gli attuali vertici delle Fondazioni, nonostante gli sforzi, non possono far molto».

Il cancella-debito sarebbe un’operazione straordinaria che si affianca agli altri strumenti, in vigore come la Bray, o in via di ulteriore definizione come la legge di riassetto del 2016. Quella che contiene, per capirci, la contestata (dai sindacati) regola di declassamento degli enti lirici che non dovessero rispettare gli obblighi di equilibrio in bilancio. «La norma resta: chi fa ulteriori debiti, diventa teatro di tradizione e non più Fondazione». Oltre a questo, aggiunge Di Giorgi, «c’è il nuovo Codice dello spettacolo che allargherebbe le attività raggiungibili dall’Art bonus e sdoppierebbe il Fondo unico dello spettacolo, finalmente separando lirica e le altre arti». Per quest’ultime aumenterebbero i finanziamenti, per la prima sarebbe confermato lo stock attuale di 182 milioni.

Il sovrintendente areniano, Giuliano Polo, ovviamente sarebbe ben felice di trovarsi con 29 milioni di debito azzerato: «Abbiamo sempre detto che i problemi della nostra Fondazione non sono legati alle sue attività ordinarie ma all’esposizione finanziaria. Non giudico e non commento quanto si sta proponendo al Senato, ma vorrei precisare che la Fondazione, con i dieci milioni della Legge Bray e del relativo piano di risanamento, sarebbe tranquillamente in grado di camminare sulle proprie gambe. Va ricordato che il nostro conto economico 2016 dice che la differenza tra ricavi e costi, abbattuti con l’accordo sindacale, è positiva per otto milioni. C’è un progressivo calo in questi anni delle vendite da biglietteria, è vero, ma persino in questa voce, se ben vediamo, si registra un miglioramento: aumenta il tasso di riempimento dei singoli spettacoli, che sono diminuiti di numero con il festival lirico».

Sulla stessa lunghezza d’onda sembra Giuliano Poletti, ieri a Verona per un convegno dedicato alle cooperative culturali e dello spettacolo (vedi articolo nella pagina a fianco ). «Alla Fondazione Arena è stato dato un futuro, una prospettiva - ha detto il ministro del Lavoro -. Si tratta di una realtà importante, che è stata mantenuta in piedi, è attiva, e ora ha l’occasione di ripartire. In questo convegno abbiamo parlato anche di altre forme di organizzazione, come le cooperative, che possono aiutare gli artisti ad avere più stabilità, ma questo caso non riguarda l’Arena di Verona, che ha altri strumenti».

Claudio Trabona

giovedì 11 maggio 2017

"Arena, chi vota per Tosi vota per privatizzazione" di Cesare Galla - da Vvox.it


Arena, chi vota per Tosi vota per privatizzazione           
Il destino della Fondazione dovrebbe essere uno dei temi principali della campagna elettorale. Ma le ambiguità si sprecano e nessuno ascolta chi ne sa


di Cesare Galla - 11 maggio 2017

Il sindaco uscente di Verona Flavio Tosi ha dettato la linea del suo schieramento su Fondazione Arena. Inevitabile il riaccendersi della polemica, che era finita sotto traccia da quando il ministro dei beni Culturali, Dario Franceschini, ha dato il benservito a lui e al suo Consiglio d’indirizzo, ormai più di un anno fa. Dopo un lungo silenzio solo occasionalmente interrotto da ininfluenti sortite, Tosi non ha detto in sostanza nulla di nuovo, ripetendo i suoi tormentoni sulla crisi della lirica, sulla necessità di cambiare registro gestionale, sui “privilegi” e sulle “colpe” dei dipendenti e via banalizzando.

Inesistente qualsiasi considerazione sulle responsabilità dirigenziali nel crack dei conti verificatosi durante la sua decennale presidenza della Fondazione. Il solito aggressivo armamentario dialettico, lo stesso che un anno e mezzo fa aveva incendiato lo scenario della crisi, distruggendo quel che restava delle relazioni sindacali, e che stavolta ha suscitato un paio di puntute repliche dalle organizzazioni dei lavoratori finite nel mirino. Risposte stizzite, nelle quali si ribadisce ciò che è noto a tutti: i dipendenti il conto della crisi lo hanno già pagato (azzerato il corpo di ballo) e lo stanno ancora pagando con una riduzione dello stipendio annuo di oltre il 16 per cento (due mensilità su 12 in meno) per i prossimi tre anni.

Il sindaco uscente continua a battere gli stessi chiodi, ma almeno per un aspetto questa volta la sua sortita giunge opportuna – e non è un giudizio di merito, ma sui tempi. Ha chiarito infatti che se la sua fidanzata, la senatrice Patrizia Bisinella, venisse eletta al suo posto, si assisterebbe al tentativo di accelerare sulla strada della privatizzazione degli spettacoli lirici nell’anfiteatro. Secondo lui – così in una una conversazione con il quotidiano “L’Arena” – la “gestione manageriale privatizzata” è l’unica che può assicurare prosperità ai teatri lirici. Un via libera ufficiale, in pratica, al piano messo a punto dagli avvocati Lambertini e Maccagnani e dall’imprenditore Manni.

Evviva la chiarezza. Nel bel mezzo di una campagna elettorale complicata, frammentaria e confusa, i cittadini elettori di Verona almeno una cosa ora la sanno: chi vota per lo schieramento di Tosi vota per la privatizzazione dell’Arena. Sul tema, alcuni candidati degli altri schieramenti si sono talvolta espressi con discreta chiarezza contro la privatizzazione (pensiamo a Croce, Gennari, Bertucco), ma quasi casualmente, in via di discorso, senza la convinzione di chi è consapevole che la questione è cruciale, imprescindibile, fondamentale.

Ora che Tosi ha preso posizione così nettamente, diventa a maggior ragione evidente che il destino di Fondazione Arena non può essere solo un argomento complicato e ingrato, da trattare con le pinze, ma uno dei temi principali e centrali nella campagna elettorale. Basterebbe considerare l’importanza di tutto quel che gira intorno al festival dal punto di vista economico e produttivo (lasciamo stare i valori culturali, che tanta sensibilità, ahimè, non raccolgono da nessuna parte) per imporre questo soggetto sulla prima pagina di tutte le agende. Ma così non è. I tatticismi e le ambiguità si sprecano, al top il “nuovo approccio al dialogo fra pubblicato e privati” della candidata Pd, Salemi (che vorrà dire?). L’impressione è che la poca concretezza sia direttamente proporzionale alla scarsa o approssimativa informazione sul merito.

Per esempio, il sindaco uscente non si cura di quello che il sovrintendente Polo negli ultimi mesi ha più volte assicurato, e cioè che i conti sono ora in una situazione di compatibilità strutturale. Ovvero che il bilancio è in pareggio, e l’emorragia delle perdite è finita. E preferisce impugnare come una clava i dati del debito di tutto il sistema lirico, notoriamente molto pesanti. Trascurando però il fatto che lo Stato ha già fatto il suo per “congelare” questa situazione, con una (costosa) legge apposita, la famosa o famigerata Bray. Che è l’atteso salvagente anche per l’Arena.

In questo momento, agli antipodi della “crisi della lirica” evocata da Tosi (il pubblico dell’opera cala nell’anfiteatro, ma altrove cresce e anche molto. Strano, vero?), la sfida è esattamente la stessa che in generale riguarda le periclitanti economie dell’Unione Europea: investire per crescere. E come potrebbe crescere, in saldezza gestionale e forza propositiva, la Fondazione Arena? Una proposta di soluzione l’abbiamo sentita, a sorpresa, in occasione della prima delle “Messedaglia Lectures” organizzate dall’Università di Verona, ed è venuta dal sovrintendente Polo.


La sortita era importante, ma è rimasta confinata nell’aula magna dell’ateneo, perché i giornali non ne hanno mai parlato. Il 20 aprile il sovrintendente ha detto che Fondazione Arena sarebbe pronta per assumere in proprio la complessa partita della gestione extra-lirica. Per ottimizzare il rapporto oggi conflittuale (specie sul piano organizzativo) fra i vari tipi di spettacoli, per renderlo davvero profittevole molto più di quanto non sia, guardando gli asfittici conti della controllata fuori controllo “Arena Extra”. Addirittura per impostarne la logica artistica fuori dal bailamme attuale di gran baraccone del pop-rock purchessia. Ecco, sarebbe importante che tutti i candidati sindaci si esprimessero su un’idea del genere, visto il ruolo fondamentale del Comune in questa partita. Tosi non serve che aggiunga nulla, quello che pensa e quello che ha fatto (e non ha fatto) in tutti questi anni lo sappiamo già.